In collaborazione con Francesca Vannucchi

Le parole sono importanti. In particolare quelle del “vocabolario della violenza”, ma spesso esse assumono significati anche molto diversi a seconda di quello a cui si riferiscono. Carezza, approccio, seduzione, nascondono accezioni differenti, sfumature a tratti terribili.

E se ci riferissimo alla parola “stupro”? La parola risale al 1292. Compare per la prima volta nel Libro dei Vizi e delle virtù di Bono Giamboni. Letteralmente significa atto sessuale imposto con la violenza. Qui non ci dovrebbero essere ambiguità di senso, ma con il progredire della storia i significati cambiano e con essi le parole, soprattutto quelle parole dense ed intrise di vissuti dolorosi mutano lentamente in funzione di nuovi eventi. Così, potremmo chiederci, a seguito dell’esplosione del movimento #MeToo, cosa intendiamo quando utilizziamo la parola “stupro”?

Fino a poco tempo fa, tutti credevano di sapere cosa fosse uno stupro. Ora non è più così. Il cambiamento non è certo cominciato adesso: già negli anni Settanta si inizia a parlare di stupro non solo come un’azione, ma anche come un modo di pensare e di relazionarsi con gli altri. Per questo viene coniata l’espressione “cultura dello stupro“, termine che serve a indicare diverse forme di violenza, non solo quella fisica. Da questo modo di pensare nasce la violenza che è stata perpetuata sulla giovane attivista svedese, Greta Thunberg: raffigurata sotto forma di cartoon mentre viene stuprata da un uomo che stringe fra le mani le sue treccine.

La compagnia petrolifera X-Site Energy ha prodotto questa vignetta come forma pubblicitaria e la Royal Canadian Mounted Police non intravede alcun reato: ha stabilito infatti che non può essere considerata pornografia infantile. Raffigurare una ragazza di 17 anni, affetta da sindrome di Asperger, durante un atto sessuale, non consenziente, non solo non è un’azione punibile, ma non merita nemmeno di essere fermata. Questo è un messaggio chiaro del valore simbolico che la parola stupro assume in una visione ingenua: “in fondo se l’è cercata”.

No, la donna non desidera di essere stuprata. In qualsiasi pratica sessuale, anche nella più estrema, il consenso reciproco dei partner è alla base dell’atto. Nello stupro alla base dell’atto c’è la violenza. Inoltre, come ci ricorda Susan Brownmiller nel suo saggio Against Our Will: Men, Women and Rape, gli stupratori non violentano perché hanno voglia di fare sesso. Non violentano perché eccitati dalla vista di una scollatura provocante o di una gonna troppo corta. Gli stupratori violentano perché desiderano esercitare un potere psicologico (e anche fisico) sulla donna. Infatti, se ricostruiamo la “storia dello stupro“, è possibile rintracciare episodi di violenza sessuale dal tempo dei babilonesi fino all’epoca moderna e appare chiaro che lo stupro fosse una vera e propria tattica di guerra, usata per punire e degradare la vittima: si saccheggiavano i territori e si stupravano le donne per ribadire la propria vittoria sul nemico. Una dolorosa normalità.

Nessun tipo di abbigliamento è un invito a fare sesso o implica il consenso. Ciò che una donna indossava al momento della violenza non è rilevante. Lo stupro non è mai colpa della vittima. Comprendere che il sesso senza consenso è stupro è il primo passo per cambiare gli atteggiamenti sociali che danneggiano ulteriormente le vittime di stupro. Le vittime meritano di essere credute, i loro rapporti dovrebbero essere investigati a fondo e dovrebbero ottenere il sostegno di cui hanno diritto.

Le parole sono importanti, soprattutto se sottendono delle azioni e sono specchio della società. Sono proprio le parole e i gesti di donne rivoluzionarie ad aver guidato i movimenti dei lavoratori agli inizi del XX secolo in Nord America e in Europa, movimenti che hanno consentito ad ogni donna di avere dei diritti che ribadissero l’uguaglianza e la dignità di ogni essere umano davanti alla Legge. Le Nazioni Unite, la cui Carta rappresenta il primo statuto internazionale che nel 1945 ha affermato il principio di uguaglianza tra i generi, hanno designato, a partire dal 1975, l’8 marzo come giornata internazionale della donna.

In particolare, quest’anno la Giornata internazionale delle donne ha come tema “Generazione per l’uguaglianza: realizzare i diritti delle donne”. Anche la parola “diritto” può assumere diverse sfumature, nella storia come nelle diverse culture, così come nel cuore e nella mente di ognuno di noi. Sarebbe bello, per questo 8 marzo 2020, partire da un cambiamento di mentalità, dove lo stupro sia condannato e non normalizzato come parte della nostra cultura. Il futuro della dignità e dell’uguaglianza della donna passa da qui.

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