Per anni del cambiamento climatico si è discusso quasi unicamente al chiuso di università e altre istituzioni, senza che esso diventasse mai qualcosa di concreto per tutti noi al di fuori delle mura accademiche. Ora però i segni tangibili dell’impatto dell’inquinamento sul clima hanno iniziato a manifestarsi con una certa veemenza anche nella vita di tutti i giorni, andando a impattare negativamente su diversi settori produttivi, primo tra tutti quello agricolo. Fortunatamente, uno studio della Michigan State University ha contribuito a gettare nuova luce su come sia possibile sfruttare le moderne tecnologie digitali per contrastare le minacce e mitigare i danni economici.

Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, è infatti il primo ad aver quantificato con precisione le caratteristiche del suolo e del paesaggio e le variazioni di resa spaziale e temporale in risposta alla variabilità climatica, ed è stato anche il primo a utilizzare i big data per identificare le aree all’interno dei singoli campi in cui il rendimento è instabile.

Tra il 2007 e il 2016, nei soli Stati Uniti, la variazione del rendimento in terreni agricoli instabili a causa della variabilità climatica ha avuto un impatto economico negativo di 536 milioni di dollari. Facendo le debite proporzioni su scala mondiale si può capire quanto grave sia il problema e che impatto possa avere non soltanto dal punto di vista economico, ma anche indirettamente sulla già complessa situazione mondiale, ad esempio contribuendo a generare i cosiddetti “migranti climatici”, flussi di popolazioni costrette ad abbandonare vasti territori resi improduttivi a causa dei cambiamenti climatici.

Ma prima di scendere più nel dettaglio del progetto, cosa sono i big data? Sostanzialmente sono enormi quantità di dati prodotti quotidianamente dalle attuali tecnologie digitali, che costituiscono potenzialmente una miniera enorme di informazioni significative, che però bisogna riuscire a “estrarre” dal flusso anonimo che formano, solitamente tramite l’uso di complessi algoritmi di analisi.

In questo caso specifico, Bruno Basso, professore di scienze della terra e dell’ambiente della Fondazione MSU, e il suo collega di ricerca post dottorato, Rafael Martinez-Feria, utilizzando un’enorme quantità di dati ottenuti da satelliti, aerei da ricerca, droni e sensori remoti e da agricoltori tramite avanzate suite di sensori geospaziali presenti in molte moderne mietitrebbie, hanno unito insieme big data e competenze digitali. Ciò che hanno scoperto è che l’interazione tra topografia, meteo e suolo ha un impatto enorme su come i campi coltivati rispondono a condizioni meteorologiche estreme in aree instabili, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità d’acqua, che in alcuni periodi può essere eccessiva e in altri invece insufficiente.

“Stiamo aiutando gli agricoltori a vedere i loro campi in un modo nuovo, aiutandoli a prendere decisioni migliori per migliorare la resa, ridurre i costi e migliorare l’impatto ambientale”, ha spiegato Basso, facendo poi un esempio concreto. “Sapendo che i tuoi campi sono in un’area in cui c’è carenza d’acqua, pianificherai le applicazioni di fertilizzante in modo diverso. La quantità di fertilizzante per questa area dovrebbe essere significativamente inferiore a quella che applicheresti in aree dello stesso campo con più acqua disponibile per le piante “, ha concluso Basso.

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