Bernie Sanders ha vinto i caucus in Nevada. Non si è limitato in realtà a vincerli. Ha fatto di più. Ha cementato il suo ruolo come candidato da battere di queste primarie. Ha allargato la sua base elettorale. Ha mostrato di essere molto di più del semplice candidato della “sinistra”. Ha dato prova della sua forza tra ispanici e neri. Sanders affronta il voto prossimo in South Carolina, e poi il Super Tuesday del 3 marzo, con rinnovata fiducia. Potrebbe a questo punto essere molto difficile, quasi impossibile, fermare la sua corsa verso il trionfo finale.

Con oltre il 50 per cento dei voti scrutinati, Sanders si è aggiudicato il 46,6 per cento dei consensi. Lontano, dietro di lui Joe Biden, con il 19,2 per cento dei voti. Pete Buttigieg è terzo, con il 15,4 per cento. Quarta Elizabeth Warren, al 10,3. Ancora dietro Tom Steyer e Amy Klobuchar, con percentuali intorno al 4 per cento. Anche in questo caso, come già nei caucuses del Nevada, ci sono stati problemi nelle operazioni di conteggio. Il voto dei distretti elettorali rurali è arrivato con grande ritardo.

“Abbiamo messo insieme una coalizione multigenerazionale e multirazziale, che non è soltanto destinata a vincere in Nevada ma che travolgerà l’intero Paese”, ha detto Sanders da San Antonio, Texas, salutato con cori di “Bernie, Bernie!” dai suoi sostenitori. “Nessuno è riuscito a costruire una campagna dal basso come abbiamo fatto noi”, ha aggiunto. Trascurando del tutto i suoi rivali democratici, e mostrando di ritenersi ormai il nominato in pectore, il senatore del Vermont ha attaccato direttamente Donald Trump e il suo messaggio di diseguaglianza economica.

Sanders ha tutte le ragioni per mostrarsi entusiasta. Dopo un testa a testa con Pete Buttigieg in Iowa e una vittoria piuttosto contenuta in New Hampshire, il voto in Nevada è per lui oro. A una prima analisi dei flussi elettorali, Sanders appare ben posizionato nei diversi gruppi. Ha conquistato il 66 per cento del voto degli elettori sotto i 30 anni ma è secondo, dopo Biden, anche tra gli elettori oltre i 65 anni. Una grande maggioranza di votanti ispanici lo ha eletto proprio candidato, il 53 per cento, e anche i neri lo premiano con il 27 per cento dei loro voti (ma il candidato più votato dai neri resta Biden). Circa un terzo degli elettori “very liberal” dice di scegliere Sanders, ma il senatore cattura anche il 25 per cento del voto di chi si dichiara “moderato o conservatore”.

Sanders quindi vince o si colloca in cima alle preferenze di voto di progressisti e moderati, di bianchi e ispanici e neri, di giovani e meno giovani, di uomini e donne. Non sembra avergli nuociuto la polemica con la Culinary Union, il potentissimo sindacato dei lavoratori di hotel e ristoranti di Las Vegas, che lo ha accusato di voler cancellare l’assicurazione sanitaria privata in nome di un sistema pubblico. Il senatore conquista infatti un terzo dei voti nei distretti più sindacalizzati della città. A completare le buone notizie, per lui, c’è un dato. Con una forte popolazione ispanica, una nutrita presenza di afro-americani e l’arrivo crescente di asiatici, il Nevada assomiglia ad alcuni degli Stati che assegnano centinaia di delegati nel Super Tuesday, anzitutto Texas e California. La vittoria, anche lì, appare per lui probabile.

A suonare l’allarme contro Sanders – o forse, più probabilmente, sono le campane a morto per il fronte moderato – è arrivato Pete Buttigieg, il 38enne ex sindaco di South Bend che ha usato il suo discorso post-voto per attaccare il rivale. Arrivato terzo in Nevada (con il 19 per cento del voto bianco ma un misero 2 per cento di quello nero), Buttigieg ha spiegato che le politiche di Sanders “non hanno un ampio sostegno” nella società americana. Secondo Buttigieg, Sanders sarebbe fedele “a una rivoluzione inflessibile, ideologica, che lascia fuori molti democratici, per non parlare della maggioranza degli americani”. Sanders non avrebbe una speranza di essere votato a novembre contro Donald Trump e quindi i democratici “non devono correre dietro la sua candidatura”.

Si è trattato, da parte di Buttigieg, di un attacco aspro e per molti versi ormai disperato. La leadership democratica è sempre più spaventata dall’ascesa del senatore del Vermont, che viene considerato un socialista democratico estraneo alla macchina ma anche a buona parte della tradizione politico-culturale del partito. L’ansia generale si è fatta ancora più pesante alcuni giorni fa, quando fonti dell’intelligence hanno fatto sapere che il governo russo starebbe aiutando Sanders a conquistare la nomination democratica. Il problema è che i moderati restano divisi tra tre diversi candidati – Biden, Klobuchar e appunto Buttigieg – e da inizio marzo dovrebbe aggiungersi al gruppo anche Michael Bloomberg, che ha offerto un’esibizione imbarazzante nel dibattito TV in Nevada ma che va comunque avanti, convinto di essere capace di attirare il voto dei moderati e dei repubblicani delusi (durante il week-end, Bloomberg ha ottenuto il sostegno di Clint Eastwood).

Il problema per i moderati è che quattro candidati significano anche un voto diviso per quattro. Il Nevada, da questo punto di vista, sembra aver complicato ulteriormente le cose. Con il secondo posto, Biden può dire di essere stato giudicato morto troppo presto (era arrivato quarto e terzo in Iowa e New Hampshire). Dovesse andare bene in South Carolina, premiato dalla forte presenza di afro-americani, Biden potrebbe restare in corsa ancora per chissà quanto. Delle ambizioni di Bloomberg si è detto, mentre Amy Klobuchar esce dal Nevada con un risultato disastroso. La senatrice del Minnesota ha però investito migliaia di dollari in spot elettorali negli Stati del Super Tuesday e vuole arrivare almeno al 3 marzo per vedere cosa le hanno reso tutti quei soldi.

Buttigieg può quindi urlare al lupo contro Sanders ma non c’è alcuna possibilità che il suo appello venga accolto. Il fronte moderato resterà, almeno per le prossime settimane, diviso, debole, discordante su come gestire la crisi Sanders. E questo dovrebbe, inevitabilmente, favorire proprio Sanders. È del resto la realtà del voto a fare a pugni con le parole di Buttigieg. Sanders è infatti sempre meno un “candidato di parte”. Giorno dopo giorno, la sua campagna mostra la capacità di aprirsi a nuovi settori di società: minoranze, sindacati, giovani e anziani, borghesia e working-class. È ancora troppo presto per dire se questo potrà/potrebbe aiutarlo a novembre, contro Trump. Ma è comunque vero che il senatore del Vermont non può più essere liquidato come un radicale alla guida di una pattuglia di scatenati Bernie Bros.

Resta Elizabeth Warren, protagonista di una straordinaria performance nel dibattito televisivo dello scorso mercoledì. Il quarto posto lascerebbe pensare che l’esibizione tv non l’ha aiutata; ma va comunque ricordato che 75mila elettori hanno usato l’early voting e quindi espresso le loro preferenze prima di questa settimana. Dopo l’arrivo dei risultati, la senatrice del Massachusetts si è complimentata con Sanders e detto che la sua campagna va avanti. Difficile dire per quanto. Nonostante un aumento di donazioni in questi ultimi giorni, Warren appare a corto di soldi. A inizi febbraio, aveva poco più di due milioni sul conto in banca. Si tratta del resto di un destino comune per molti candidati (non i miliardari Bloomberg e Steyer). Klobuchar è messa male come Warren, a Buttigieg restavano a inizi febbraio 6,6 milioni, a Biden 7,1. Se ne può fregare di fare economie Sanders, che ha in banca oltre 20 milioni di donazioni dei suoi più entusiasti sostenitori.

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