E tre. Dopo i casi Diciotti e Gregoretti, arriva al Senato una terza richiesta di processare Salvini per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio. Con alcune novità, dal punto di vista giuridico, una a favore e molte contro l’indagato – presunto innocente sino a giudizio definitivo – che verranno illustrate qui di seguito. Al punto da indurre noi garantisti a porci inquietanti interrogativi, sui quali torno alla fine. Uno per tutti: la prescrizione si bloccherà anche per lui?

A favore, sta il fatto seguente. Nei casi Diciotti e Gregoretti i sequestrati stavano su navi della Marina italiana, dunque tecnicamente in territorio italiano. Vero, non c’era una ragione al mondo per detenere persone che non rappresentavano un pericolo per nessuno e non avevano commesso alcun reato. Ma nel caso Open Arms, invece, i migranti stavano su una nave straniera, tecnicamente in territorio straniero: la nave di una Ong, sospettata dai creduloni di essere al soldo di George Soros e dei complotti demo-pluto-giudaici per la sostituzione etnica degli italiani, soprattutto i brianzoli. Come dite, che non vi sembra una grande ragione giuridica a favore? Fate un po’ voi. Purché non si dica che non mi sforzo anch’io, da vero garantista, per trovare ragioni a favore dell’ex ministro.

Contro il perseguitato-dalla-magistratura, invece, stanno purtroppo – lo dico con autentica solidarietà umana – molti fatti nuovi, che rendono più probabile la condanna. L’unica strategia difensiva escogitata dall’ex dj del Papeete, sinora, è stata quella che tecnicamente si dice chiamata di correo: affermare che erano co-responsabili tutti i colleghi di governo, a partire dall’odiato Presidente del Consiglio. Una strategia difensiva, fra parentesi, che sembra inventata dal famoso avvocato Massimo della Pena, perché presuppone l’ammissione di aver commesso il fatto, se non proprio il reato. Ora, il punto è che, ammesso e non concesso che la strategia funzioni nei casi precedenti, qui proprio non funziona.

Contro il divieto di sbarcare i migranti, infatti, la Open Arms aveva fatto ricorso al Tar del Lazio, che lo aveva considerato illegale: ragion per cui ora è indagato per gli stessi reati anche il capo di gabinetto del Ministero degli Interni (agli ordini illegali non si obbedisce). A quel punto il ministro, in evidente stato di trance agonistica, aveva ri-firmato il decreto e invitato gli altri ministri competenti a firmarlo pure loro: ma sia il ministro della Difesa, Trenta, e persino quello dei Trasporti, che risponde al nome di Toninelli, avevano rifiutato di farlo. Per la storia, o per la cronaca giudiziaria, a quel punto, dopo diciannove giorni in mare, con una situazione igienico-sanitaria che il coronavirus, al confronto, sembra una barzelletta sui cinesi, dovette intervenire il Procuratore della Repubblica di Agrigento, che ordinò lo sbarco immediato dei migranti.

Così è, se vi pare. Ora, però, il problema diventa un altro, ancor più imbarazzante, se possibile. Che succede se il Parlamento dà l’autorizzazione al processo e Salvini viene condannato dal Tribunale dei ministri? Diononvoglia, naturalmente: anche perché si aprirebbe uno scenario inedito nella storia del conflitto fra populismi e democrazia costituzionale, cui è dedicato il mio ultimo libro. Facciamo l’ipotesi peggiore, quella della condanna. Cosa succede se un leader politico che gode del consenso della maggioranza del paese è condannato a quindici anni di reclusione? Governa da Regina Coeli? Lo fa in diretta Facebook (come faceva anche prima, del resto)? Gli vengono attribuiti appositi permessi per partecipare al Consiglio dei ministri? Oppure, come auspichiamo noi garantisti-però-legalisti-e-fedeli-alla-Costituzione, e come avverrebbe in qualsiasi paese civile, sparisce dalla scena politica?

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