P. è invitata a un convegno di tre giorni per sole donne, all’interno di un’organizzazione di rappresentanza, nel quale verranno rielette tutte le cariche istituzionali, e dove si discuteranno per tutto il giorno i punti in programma. In serata, se lo gradiranno, le partecipanti (in tutto duecento) potranno assistere a diversi spettacoli teatrali (a tema, of course). Siccome è un incontro organizzato da e per donne, si dà loro l’opportunità di portare i propri figli con sé. Insieme ai pasti (circa i quali mi sono augurata vivamente la formula bevande incluse) e alla recita post digestione, nel pacchetto “viaggio di lavoro” è incluso anche il baby parking.

Negli altri convegni organizzati dalla stessa associazione aperti a tutti gli iscritti, uomini e donne, il baby parking non c’è.

Già, perché negli eventi che contano, il numero delle donne cala drasticamente, e in quel caso le poche portabandiera hanno figli già grandi, mentre gli uomini il baby parking ce l’hanno a casa, gratis. Negli eventi che contano, neanche lo spettacolo teatrale da Club Med c’è.

Penso a quegli alberghi dove sono stata per lavoro, strutture anonime che offrono aule congressi e piccole sale fitness, hall piene di uomini, diversi eppur identici, in giacca e cravatta, e provo a immaginarmeli mentre fanno il check-in. Anziché trainare un trolley semivuoto, tengono la mano di un bambino piccolo, che non hanno potuto lasciare a casa.
Io ce la metto tutta, ma più mi sforzo e meno riesco ad attingere dal reale, l’unica immagine che mi salta alla mente è una vecchia commedia di alcuni decenni fa, Tre scapoli e un bebè.
È curioso. Se al posto di Tom Selleck ci metto una donna, ci riesco benissimo.

Ne ho discusso con qualche partecipante e alcune si sono dette soddisfatte dell’opportunità offerta loro, hanno potuto unire l’utile al dilettevole. Come se fosse dilettevole viaggiare per lavoro e in più pensare anche al benessere del figlio. “Avrà mangiato?”, “Si troverà bene con la tata che non ha mai visto?”, “In questa sala congressi bunker ci sarà abbastanza campo, nel caso mi dovessero raggiungere? O dovranno chiamare il mio nome dall’altoparlante, come quei genitori in spiaggia?”.

È un po’ come vincere il cucchiaio di legno. Facciamo credere alle donne che sì, anche a loro sono riservate (alcune) opportunità, regaliamo loro un weekend di lavoro al mare, le abbagliamo con l’illusione di avercela fatta. Il baluardo è raggiunto, il soffitto di cristallo ha finalmente ceduto: possono avere famiglia e lavoro! A patto che stiano insieme, che siano imprescindibili e indivisibili.

Poi, quando il gioco si fa duro, quando in palio non c’è la coppa del nonno, ma un posto nell’Olimpo, gli facciamo fare un passo indietro (cit.) e gli lasciamo preparare, al massimo, il trolley per i mariti in partenza da Malpensa. E’ un po’ come dire: “Vuoi la Ferrari? Eccoti un bel modellino per te”. È una prospettiva fuori scala.

Diverso il discorso, seppur a suo modo controverso – poiché lega indissolubilmente lavoro e famiglia, in un continuum senza pausa -, di istituire asili all’interno dei posti di lavoro. Per molti aspetti è conveniente e risparmia alcune seccature come arrivare in tempo al ritiro o l’ansia di attraversare la città nel traffico.

Un viaggio di lavoro è diverso. Nella maggior parte dei casi è un evento a ricorrenza straordinaria, e non c’è alcun motivo per cui una famiglia non possa organizzarsi. Dove erano i mariti di quelle donne che sono andate via per lavoro coi figli al seguito?

Avranno addotto validissime scuse, come appunto il loro lavoro, e l’impossibilità di conciliare il proprio orario con la gestione dei figli. Perché quando si parla di lavoro, quello dei padri e dei mariti, è sempre un filo più pressante, implicitamente più rilevante. Gareggia in una categoria da peso massimo. Quando ne motivano le ragioni, scandiscono le frasi più lentamente, iniziandole sempre con il nome della moglie, come quando si parla ai bambini con quel misto di impazienza e irritabilità. E nella sufficienza di chi veleggia col vento in poppa (tronfio dei privilegi che la società stessa gli garantisce), ribadisce quanto sia impensabile per lui gestire i figli da solo.

Quando i mariti vanno via per lavoro, le donne fanno per due. Se sono le donne a farlo, gli uomini ballano da soli.

Così come cantava Sergio Endrigo che “per fare un tavolo ci vuole il legno, e per fare il legno ci vuole il seme”, per fare una società più giusta e paritaria (ma non siamo stanche di ripetere all’infinito questi concetti?), prima ancora che dalle leggi e dai posti di lavoro, bisogna partire da noi stesse. Dagli uomini che ci siamo scelte, dai compagni di vita che sentiamo di meritarci, capaci senza remore o timori puerili di sorreggerci, restando loro, per una volta, nelle retrovie. Uomini in grado di dire, anche senza parole: “Vai, adesso tocca a te”.

E ancora prima di questo, bisogna crescere maschi che non credano di essere predestinati, fiacchi nel dare e spacconi nel chiedere, che per diritto genetico reclamino di piazzarsi in prima fila.

A meno che Plasmon & Piquadro non sia l’idea più rivoluzionaria che abbiamo di donna in carriera.

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