Se n’è andato Kobe Bryant, in un modo terribile e ingiusto. Quando una leggenda dello sport scompare prematuramente è facile che più generazioni sentano di vantare un rapporto esclusivo con quella figura, ognuna a seconda di ciò che su di essa ha proiettato, o del modo in cui si è lasciata ispirare dalle sue imprese sportive.

Così come è stato l’eroe dei miei 14 anni, do per scontato che Kobe sia stato l’eroe dei 5, 20, 30 anni di milioni di ragazzi e ragazze in giro per il mondo. Ma non è necessario averlo avuto come idolo per conoscere a menadito le sue statistiche e i suoi trionfi, per sapere che leggenda sia stato per il basket o che esempio di determinazione abbia saputo fornire al suo pubblico (e a quello avversario) dentro e fuori dal campo.

Quando una tragedia umana tanto grande viene filtrata dalla sua dimensione pubblica e sportiva, ha come cassa di risonanza un mosaico di esperienze proiettive ma personali, private, minuscole eppure ramificate nell’arco del tempo in cui la sua figura è vissuta. Nel caso di Kobe, ramificate anche in uno spazio enorme, planetario.

A Reggio Calabria, per esempio, non lontano dallo Stadio Oreste Granillo, c’è una palestra multifunzionale con un nome che è tutto un programma: lo Scatolone. Uno dei miei fratelli ha giocato per un breve periodo in una squadra giovanile del luogo, e dalla lunetta dello Scatolone ha messo dentro qualche tiro. Dalla stessa lunetta, una ventina di anni prima, aveva preso la mira il figlio di Joe “Jellybean” Bryant, all’epoca giocatore della Viola. Le foto del ragazzino magro magro, al tiro in maglia arancione, oggi sono facili da reperire in Rete.

Quando Kobe iniziò a farsi un nome in Nba, nella seconda metà degli anni 90, vincendo la gara delle schiacciate, iniziò anche a comparire nelle pubblicità sportive nostrane, e a parlare in italiano. Nella mia terra bella e sofferente, che fa tanta fatica a ritagliarsi spazi mediatici felici, già tutti sapevano che quel ragazzino aveva spiccato i primi voli giovanili a Reggio, e già veniva percepito come un figlio acquisito del luogo. Lo stesso avveniva a Pistoia e a Reggio Emilia, ovvero in tutte le città in cui Kobe aveva vissuto prima di tornare negli Stati Uniti.

In quel periodo io finivo spesso faccia a terra in una palestra polverosa a un centinaio di chilometri a nord di Reggio. Il solo pensiero che quel ragazzino promettente, più grande di me di soli sette anni, venisse dipinto dai media come l’erede di Michael Jordan mi esaltava, perché per un breve periodo aveva respirato la mia stessa aria di mare, aveva trovato concentrazione negli stessi silenzi, intensi e terribili, della mia terra. Fu per questo che lo scelsi come eroe personale. Perché aveva portato un pezzo di quella solitudine territoriale, difficile da raccontare, sui palchi più importanti dello sport mondiale.

Nessun appassionato calabrese di basket avrebbe potuto però immaginare la grandezza del kolossal che il figlio di Jellybean aveva appena regalato alla nostra terra, anche solo tirando dalla lunetta dello Scatolone per un periodo così breve e insignificante rispetto a quella che è stata la sua leggendaria carriera.

Dal canto mio, non avrei mai praticato nessuno sport a livello agonistico, ma capii che mi sarebbe piaciuto scriverne. Lo capii quando realizzai che non sarei mai riuscito a volare come lui. Era impossibile ricreare il suo volo sotto canestro, ma era bello provare a mettere insieme le parole per raccontarlo. Questo è stato Kobe: pura ispirazione. Questo abbiamo perso.

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