La presenza dei militari italiani in Iraq “non è in discussione” ed è confermata anche in Libia, Afghanistan e Libano, mentre sarà incrementata “in Sahel” ma anche in regioni quali lo “stretto di Hormuz” nel Golfo Persico, tra Iran e Oman. Sono questi i punti chiave per il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, in audizione nelle Commissioni Difesa di Senato e Camera in seduta congiunta sulla situazione dei contingenti militari italiani impegnati in missioni internazionali in Medio Oriente, in vista del decreto missioni 2020. Il ministro dedica ampio spazio alla Libia, dove “non ci sono minacce dirette al nostro contingente in loco”, anche se i recenti avvenimenti “ci impongono una riflessione su una possibile rimodulazione del nostro sforzo militare. Si potrebbe ipotizzare un intervento internazionale per dare solidità alla cornice di sicurezza, nel rispetto di un’eventuale richiesta di supporto avanzata alla comunità internazionale”. Una linea sostenuta nei giorni scorsi anche da Conte e da Di Maio, a cui ha aperto anche Erdogan, favorevole alle “forze di interposizione Onu. Il ministro degli Esteri, in un’informativa al Senato, ha inoltre precisato che una missione europea in Libia “sarebbe un passo importante per fermare le interferenze esterne” anche perché “gli europei sono quelli che più hanno da perdere dalla sua instabilità”. Tocca quindi all’Europa che “troppo a lungo si è mossa in maniera scoordinata, consentendo ad attori terzi di occupare gli spazi lasciati liberi”, evitare che il Paese “rimanga ostaggio di una competizione geopolitica tra attori anche lontani e, quindi, meno esposti alle conseguenze dell’instabilità”.

La situazione di instabilità nel paese nordafricano è però “fonte di estrema preoccupazione anche per i riverberi sulla Conferenza di Berlino” e Guerini insiste sull’urgenza di riprendere l’operazione Sophia per “porre un freno al continuo afflusso di armamenti a favore delle fazioni in lotta in Libia“. Sulla missione, attualmente congelata, “si dovrà assumere una decisione a fine marzo”. Guardando al futuro dell’intervento internazionale in Iraq, dove “la presenza dei nostri militari nel Paese non è in discussione” e le autorità di Baghdad sono favorevoli alla presenza degli italiani, Guerini ritiene che la Nato possa sostituirsi “progressivamente alla coalizione, replicando il modello attuato in Afghanistan“.

La lotta a Isis – L’intenzione di incrementare le truppe in Sahel è legato alla “recrudescenza del terrorismo di matrice confessionale ed i cui effetti sono fortemente interconnessi con lo scenario libico, nonché nella regione mediorientale ed in particolare nelle acque dello stretto di Hormuz, la cui transitabilità in sicurezza rappresenta elemento essenziale per la nostra economia“. Guerini ha quindi detto di avere proposto una riunione ai membri della coalizione della coalizione “per fare il punto della missione e sui prossimi passi ribadendo che lo scopo della missione è la lotta a Daesh“. C’è infatti “la possibilità” che le cellule di Isis “sfruttino l’attuale momento di instabilità perpetrando azioni ostili ai danni di obiettivi riconducibili al governo iracheno e alle forze della coalizione”.

Cosa fanno i militari italiani in Iraq – Sono impegnati nell’operazione anti-Isis ‘Inherent Resolve’, con 879 unità, di cui 288 schierate in Kuwait. Di recente, ha informato Guerini, “la campagna militare ha subito un rallentamento, dovuto alla capacità di Daesh di ricostituirsi velocemente in alcune province del Paese, dove gode tuttora di supporto da parte della popolazione locale”. I militari italiani sono attivi nell’addestramento delle forze di sicurezza locali: 76.503 sono i militari e le forze di polizia formate dal contingente nazionale, un quarto di quanto fatto dall’intera Coalizione. Dopo i recenti eventi seguiti all’uccisione di Qassem Soleimami, ha proseguito il ministro, “sono state messe in atto tutte le azioni possibili tese a contenere l’aumento dei rischi per il nostro contingente, senza però inficiare il nostro impegno in Iraq. Sono state sospese le attività addestrative e si è trasferito i personale da Baghdad in Kuwait o nelle basi presso l’aeroporto”.

“Italia avvertita dagli americani solo dopo l’attacco a Soleimani” – Durante l’informativa al Senato, Di Maio ha detto che l’Italia è stata informata dagli americani dopo l’attacco in cui è stato ucciso il generale Qassem Soleimani, così come i paesi europei. “Sono costretto a precisare quanto erroneamente riportato in questi giorni circa la non informazione all’Italia dell’attacco al generale Soleimani – ha detto Di Maio – Tale informativa, infatti, c’è stata dai più alti livelli del Dipartimento di Stato americano nelle ore immediatamente successive all’attacco e inevitabilmente subito dopo quella svolta proprio ai paesi dell’E3 (che comprende Francia, Germania e Regno Unito) e in ogni caso ad attacco avvenuto”.

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