Mentre la salma di Qassem Soleimani sfila ancora per le strade di Baghdad accerchiata da migliaia di sostenitori delle fazioni sciite pro-Iran del Paese, in attesa di essere poi trasferita in patria, dove riceverà i massimi onori prima della definitiva sepoltura, tutto il mondo ha gli occhi puntati sull’Iraq, con un orecchio su Washington e l’altro su Teheran per capire cosa succederà, adesso, dopo l’uccisione del capo delle forze speciali Quds grazie all’azione di un drone americano. La morte del vertice delle Guardie della Rivoluzione avrà conseguenze sulla storia, non solo iraniana e americana. Conseguenze militari, scontate, ma anche politiche, economiche e sulla sicurezza in Occidente. Queste, oggi, sono la preoccupazioni principali di molti governi mediorientali, americani ed europei.

Ma quale disimpegno? Gli Usa “tornano” in Medio Oriente
Non se ne sono mai andati, in realtà, ma con questa nuova escalation provocata (forse cercata) dall’azione unilaterale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, 3.500 soldati statunitensi sono in arrivo nell’area mediorientale per far fronte a una nuova allerta sicurezza e al rischio di rappresaglie contro diplomatici e militari a stelle e strisce. Una scelta, quella di sferrare l’attacco sapendo che un nuovo dispiegamento di forze sarebbe stato inevitabile, in controtendenza rispetto alle dichiarazioni degli ultimi mesi del capo della Casa Bianca. Lo stesso che, usando come giustificazione proprio il disimpegno militare da “guerre inutili”, aveva lasciato campo libero all’invasione turca nel nord-est siriano, condannando la popolazione a maggioranza curda a chinare la testa di fronte alle ambizioni del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Le forze fresche inviate da Washington si vanno ad aggiungere alle 5mila già presenti a Baghdad e nel resto del Paese, facendo di nuovo aumentare lo sforzo militare Usa.

Non sarà guerra aperta: i possibili singoli attacchi
Uno scontro faccia a faccia tra le due potenze, al momento, è difficilmente ipotizzabile. Strangolato da una crisi economica acuita dalle nuove sanzioni, indebolito dal malumore della popolazione che da settimane protesta contro le cattive condizioni economiche in cui è costretta a vivere e, soprattutto, nettamente più debole sul piano militare, l’Iran sa di non poter competere con la più grande potenza al mondo. Anche Trump, stando alle sue ultime dichiarazioni, non ha alcuna intenzione di trascinare il Paese in un nuovo conflitto nel Golfo. Gli Usa continueranno presumibilmente a sferrare attacchi chirurgici, come quello di venerdì notte nel distretto di Taji, cercando di infliggere nuovi duri colpi a Teheran e ai suoi alleati. Ma la Repubblica Islamica, che ha fatto dell’avversione al “Grande Satana” uno dei collanti più importanti della sua leadership, non può permettersi di lasciar passare impunito un omicidio di questa importanza, l’uccisione di una figura che in Iran e in Medio Oriente rappresentava la personificazione dell’uomo forte, burattinaio di tutti i principali conflitti dell’area, una figura popolare, quasi mitica.

Dagli Hezbollah ai Taliban: il rischio vendetta sul piano globale
Una reazione, quindi, ci sarà. È ancora presto per conoscerne le tempistiche, ma quasi certamente avverrà con le uniche modalità al momento a disposizione della Repubblica Islamica contro un avversario così potente: attacchi singoli e mirati, oppure il terrorismo. Teheran potrà sfruttare la sua larga rete di contatti e organizzazioni satellite sparse per il Medio Oriente e non solo. Gli Hezbollah libanesi, le forze sciite e anti-americane in Iraq, gruppi di Guardie della Rivoluzione sparsi in tutto il Medio Oriente, compresa la Siria e lo Yemen, i gruppi Taliban afghani più vicini a Teheran, oltre ad Hamas e alla Jihad Islamica nei territori palestinesi: la maggior parte di queste ha già risposto “presente” e invocato la vendetta, anche nei confronti dell’alleato Israele, considerato dietro all’operazione che ha portato alla morte di Soleimani. Possibili terreni di scontro potrebbero essere anche le acque del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano.

Insicurezza internazionale: il rischio attacchi in Europa e America
Non solo il Medio Oriente e l’Africa. A rischio sono anche gli obiettivi sensibili in Europa, Stati Uniti e America Latina, dove cellule legate a Teheran potrebbero essere attivate. Le intelligence e la sicurezza interna dei vari Paesi avranno già alzato i loro livelli di guardia ma, come hanno insegnato gli anni del terrorismo jihadista, monitorare e individuare tutti i soggetti a rischio è praticamente impossibile. I gruppi vicini agli ayatollah hanno un’organizzazione certamente diversa dai lupi solitari in nero, più complessa e difficile da nascondere, ma non è da escludere che, con la necessità di rispondere il prima possibile all’affronto americano, vengano sperimentate anche tecniche di attacco meno ortodosse.

Accordo sul nucleare: difficile rimetterlo in piedi
Quello che prima di tutti sembra destinato a naufragare definitivamente, a ormai un anno e mezzo dal ritiro degli Stati Uniti, è l’accordo sul nucleare iraniano. Il tentativo estremo, che fino ad oggi aveva ottenuto scarsi risultati, era stato quello di rimetterlo in piedi escludendo proprio Washington, con l’Unione europea che avrebbe dovuto fornire maggiori garanzie economiche al governo di Hassan Rohani. Dopo l’uccisione di Soleimani, però, le posizioni si sono ulteriormente polarizzate: l’Iran chiederà risposte concrete, mentre gli Usa tireranno l’Europa per la giacchetta. Lo ha già fatto intendere anche il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che ha criticato gli Stati europei che “non sono stati utili come mi auguravo potessero essere” nell’operazione in Iraq. Con due interlocutori su posizioni così radicali, l’Ue non potrà che cedere e schierarsi dalla parte degli Stati Uniti.

Schizza il prezzo del petrolio, ai massimi da settembre
La prima vera conseguenza economica dell’attacco americano l’ha fatta registrare il prezzo del petrolio. Già venerdì, il Wti è schizzato ai massimi negli ultimi quattro mesi, superando quota 63 dollari, mentre il Brent avanza del 3,8% verso i 69 dollari. Una situazione che sembra destinata a protrarsi nel tempo, visto che è previsto un calo della produzione di greggio in Iraq: per motivi di sicurezza, nelle ore successive al raid gli operatori internazionali degli impianti petroliferi di Bassora, snodo centrale per la circolazione del petrolio iracheno, hanno lasciato il Paese.

Trump, tra strategia della distrazione e pericolo ritorsioni
Autorizzando in prima persona (e senza interpellare il Congresso) l’operazione, anche il presidente americano si è preso dei rischi. È vero che, quando il dibattito interno, in vista del voto, si fa soffocante, come sull’impeachment, la tensione esterna, magari con catture o omicidi eccellenti, rappresenta la migliore arma di distrazione. Ma il raid di giovedì notte è diverso dall’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi o Osama bin Laden, è diverso dall’invasione dell’Iraq del 2003, giustificata con la (falsa) presenza di armi di distruzione di massa: in questo caso è stato ucciso un alto grado militare di un Paese nemico, non la guida di un’organizzazione terroristica, senza che peraltro sia stato dimostrato, al momento, un pericolo imminente per la sicurezza di cittadini americani. L’uccisione di Qassem Soleimani rappresenta quindi un’arma a doppio taglio per il tycoon: può trasformarsi in un grande successo, dopo aver neutralizzato l’autoproclamato Califfo dell’Isis a ottobre, o in una disfatta in caso di morte di cittadini americani, dentro o fuori dall’Iraq. In questo secondo caso, anche la sua rielezione a novembre sarebbe messa duramente in discussione.

Twitter: @GianniRosini

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