Dicono di aver deciso di non voler “versare i soldi” per motivi di scarsa trasparenza e promettono che si metteranno in regola a patto che cambino le regole del Movimento 5 stelle. Due deputati M5s, Andrea Vallascas e Flora Frate,tra i diciotto che da gennaio 2019 hanno smesso di decurtarsi parte dello stipendio come stabilito dalle norme grilline al momento della candidatura, sono intervenuti per difendersi dalle accuse. A fine dicembre lo stesso Luigi Di Maio ha messo in guardia i portavoce avvisando perché si mettessero in regola se non vogliono che parta l’azione disciplinare dei probiviri.

“Mi vedo costretto ad intervenire sul tema mancate ‘rendicontazioni e restituzioni'”, ha scritto sulla sua pagina Facebook il deputato Andrea Vallascasi, “come avrete capito è una personale forma di ‘sciopero bianco’, nessuna intenzione di tenermi i soldi e transitare altrove, col quale cerco di mettere in evidenza delle perplessità che già altri colleghi hanno segnalato durante le varie assemblee interne”. Il parlamentare ha rivendicato il fatto di aver, in passato, tenuto fede al suo impegno: “Come testimonia la precedente legislatura, ho sempre tenuto fede ai miei impegni, restituendo sino a oggi circa 200.000 euro. In merito alle restituzioni che sono tali se prendendo dallo Stato ad esso restituiscono direttamente (come nella precedente legislatura). Ricordo che dal 1 gennaio 2019, si versa in un conto corrente privato (con le varie perplessità del caso), pertanto non appena avrò l’Iban del fondo statale indicato dal gruppo proseguirò con quanto pattuito durante le elezioni. Ritengo inoltre che visti gli impegni parlamentari sia necessaria una semplificazione nelle rendicontazione (divenuta più complessa rispetto alla scorsa legislatura)”.

La polemica fa riferimento all’istituzione, avvenuta ad agosto 2018, del “comitato per le rendicontazioni di stipendi e restituzioni. L’organo è stato istituito da Luigi Di Maio e dai capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, e si prevede che la destinazione dei fondi sia stabilita dagli iscritti alla piattaforma Rousseau. Il comitato, di cui Di Maio è presidente, è stato creato con l’obiettivo di “curare attivamente l’organizzazione, l’amministrazione, il coordinamento, la disciplina, la rendicontazione e la gestione delle restituzioni degli stipendi e dei rimborsi”.

Contro il comitato si è espressa la seconda deputata morosa: Flora Frate. “L’impegno che ciascun parlamentare ha assunto all’inizio della legislatura”, ha dichiarato all’agenzia Adnkronos, “è cambiato arbitrariamente, senza che qualcuno si preoccupasse di conoscere il nostro parere o procedere ad una regolare votazione democratica. Si interpella Rousseau per la formazione del governo, precedente anomalo nella nostra storia repubblicana, ma deputati e senatori non hanno voce in capitolo su nulla”. E ha aggiunto: “È un reato chiedere trasparenza assoluta e libertà incondizionata di verifica? Con i soldi pubblici, soprattutto quando ci sono in ballo anche interessi di soggetti privati, non si scherza. La Prima Repubblica dovrebbe avercelo insegnato. Le restituzioni coincidono con la forma giuridica della donazione. Ebbene, sarò ben lieta di fare la mia parte quando avremo un sistema non più discrezionale e che privilegi la reale volontà del donante, libero di scegliere senza condizionamenti dall’alto a chi destinare le proprie risorse, se ad un territorio o ad un Ente di ricerca, ad una scuola piuttosto che ad un ospedale. La donazione obbligatoria è un ossimoro che porta all’implosione”. Per quanto riguarda le possibili sanzioni disciplinari, ha replicato: “Sento parlare di espulsione, un tema che trovo francamente stucchevole. Credo, piuttosto, che si debba insistere con la critica costruttiva e la ricerca della sintesi. Perché è così che si fa nei partiti delle democrazie occidentali. Ed io continuerò a dare il mio contributo auspicando che alla fine prevalga il buon senso. Altrimenti cosa accadrà? Mi viene in mente la frase di un vecchio film… ‘ne rimarrà soltanto uno'”.

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