Abuso di potere e ostruzione del Congresso. Sono i due capi d’accusa per i quali la Camera ha chiesto la rimozione di Donald Trump dalla presidenza degli Stati Uniti. Dopo un’intera giornata di dibattito, democratici e repubblicani si sono trovati su fronti completamente opposti. Il caso passa al Senato, che lo prenderà in esame il mese prossimo. Con ogni probabilità – in un Senato a maggioranza repubblicana e in assenza di nuove, clamorose prove – Trump verrà scagionato dalle accuse. Ma il voto per l’impeachment di giovedì sera, che arriva al culmine di un’indagine di tre mesi, segna un momento storico. Trump è il terzo presidente nella storia americana ad essere messo sotto accusa per “gravi crimini e misfatti”.

L’abuso di potere è passato con 230 voti contro 197 (hanno votato no solo due democratici, Collin Peterson del Minnesota e Jeff Van Drew del New Jersey); l’ostruzione della Camera è stata votata da 229 deputati contro 198 (oltre a Peterson e Van Drew, in questo caso ha votato no anche il democratico del Maine, Jared Golden). Tulsi Gabbard, in corsa per le primarie democratiche, si è limitata a votare “presente” in entrambi i casi, mentre Justin Amash, un ex repubblicano del Michigan diventato indipendente, ha votato sì in entrambi i casi. Il voto arriva 85 giorni dopo l’annuncio dell’apertura dell’inchiesta da parte della speaker della Camera Nancy Pelosi, che per mesi aveva resistito alle pressioni dei settori più liberal del suo partito. Pelosi, insieme ai due democratici che hanno guidato nelle indagini le Commissioni di intelligence e giustizia, Adam Schiff e Jerry Nadler, vede buona parte della sua eredità politica segnata da questa vicenda.

“È un giorno triste per l’America”, ha detto la speaker dopo il voto. E prima dell’inizio del dibattito, Pelosi aveva spiegato che “oggi ci riuniamo sotto la volta di questo tempio della democrazia per esercitare uno dei più solenni poteri che questo corpo possieda: l’impeachment del presidente degli Stati Uniti”. Sottolineando le “azioni criminali” di Trump, Pelosi aveva aggiunto che “il presidente non ci ha dato altra scelta. La visione dei fondatori della nostra repubblica è minacciata dalle azioni della Casa Bianca. Se non agissimo, verremo meno al nostro sacro compito”. Trump si unisce a questo punto ai due presidenti per i quali è stata chiesta la messa sotto accusa: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998. Richard Nixon si dimise nel 1974 prima che il processo potesse arrivare al voto della Camera. A differenza di Johnson e Clinton, che furono messi sotto accusa durante il loro secondo mandato, Trump conosce l’onta dell’impeachment al termine della sua prima presidenza; ciò che lascia quindi agli elettori, il prossimo novembre, il giudizio finale sulle accuse.

Proprio durante il dibattito alla Camera, Trump parlava a un rally a Battle Creek, Michigan. “Non sembra proprio che noi si sia sotto accusa – ha detto Trump tra le urla, i canti, gli slogan di migliaia di supporters -Questo impeachment fazioso e fuorilegge è una marcia verso il suicidio politico dei democratici”. Per mesi Trump ha rigettato l’accusa di aver condizionato l’arrivo di 391 milioni di dollari all’Ucraina, e una visita del presidente Volodymyr Zelensky a Washington, all’apertura di un’indagine contro il suo avversario politico Joe Biden. Per tutta la giornata di mercoledì il presidente ha twittato, continuando a sostenere che la sua condotta nella vicenda è stata “perfetta”. Nel rally in Michigan, ha poi aggiunto che “i democratici della Camera sono venuti meno alla loro dignità. Appaiono come una massa di idioti”. Con ogni probabilità, Trump vuole fare dell’impeachment una delle armi, forse la più affilata, della sua campagna per la rielezione nel 2020.

Il dibattito alla Camera, una vera e propria maratona durata oltre otto ore, si è dipanato in modo drammatico e veloce, con uno-due minuti di tempo per l’intervento di ogni deputato. I repubblicani hanno accusato i democratici di volersi prendere una vendetta politica nei confronti di Trump, mettendo in piedi un processo corrotto e senza prove. I democratici hanno ribaltato l’accusa, sostenendo che i repubblicani non hanno nemmeno cercato di difendere Trump. “Non riescono ad articolare alcuna reale difesa delle azioni del presidente”, ha spiegato Jerry Nadler, il chairman della Commissione giustizia. Il voto della Camera rappresenta comunque un successo per il G.O.P. Nessun repubblicano ha votato a favore dei due articoli dell’impeachment. Kevin McCarthy, il leader del partito alla Camera, è riuscito a mantenere l’unità del gruppo e ha insistito sul carattere partigiano e fazioso del processo. “Si tratta dell’impeachment meno credibile della storia”, ha detto in aula McCarthy, mentre il suo collega Doug Collins, un deputato della Georgia, ha insistito sul carattere politico delle accuse. “Niente di ciò per cui Trump è accusato è davvero avvenuto – ha spiegato Collins – Il denaro per l’Ucraina non è stato bloccato. Il popolo americano conosce il significato dell’espressione ‘giusto processo’. Sa quando il ‘giusto processo’ è calpestato dalla Camera degli Stati Uniti”.

Da parte democratica, non c’è stata quell’emorragia di voti che alcuni temevano. C’erano almeno trentuno deputati democratici, eletti in collegi che hanno votato per Trump nel 2016, che fino alla fine hanno mantenuto dubbi e riserve. I trentuno sanno che parte dei loro elettori non hanno gradito l’apertura della procedura di impeachment e temono per la loro rielezione il prossimo novembre. Solo tre, al momento del voto, hanno comunque disatteso la scelta del partito (Jeff Van Drew, il deputato del New Jersey, ha già annunciato il suo passaggio ai repubblicani). In generale, in quasi ogni intervento, i deputati democratici hanno ripetuto la necessità di mettere sotto processo Trump per tradimento della Costituzione. Adam Schiff, che ha guidato le indagini della Commissione intelligence, ha sottolineato l’equità di un processo che ha coinvolto diciassette testimoni e svelato, a suo giudizio, la rete tessuta da Trump e dal suo avvocato personale, Rudy Giuliani, per cacciare l’ambasciatore USA in Ucraina, Marie Yovanovitch, e ottenere vantaggi politici personali nella battaglia contro Biden. I democratici non sono però riusciti – e questo è sicuramente un punto a loro sfavore – a ottenere il voto di un solo deputato repubblicano. Sull’inchiesta, dunque, continua ad aleggiare un’immagine di divisione per fazioni. La cosa è stata immediatamente notata da Trump, durante il comizio in Michigan. “Non abbiamo perso un solo voto e tre democratici hanno votato per noi – ha detto il presidente – Il partito repubblicano non è mai stato così offeso, ma non è mai stato così unito”.

Iniziano ora le procedure per portare il processo al Senato. I democratici devono designare i “managers” che sosterranno l’accusa. Il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, annuncerà la data di inizio del processo a fine settimana, ma si sa già che le udienze partiranno dopo il 7 gennaio. Sarà, con ogni probabilità, un nuovo capitolo della “guerra civile” iniziata negli Stati Uniti il 20 gennaio 2017, giorno del discorso d’inaugurazione della presidenza Trump. Per gli elettori democratici, sarà l’occasione di una nuova, durissima battaglia contro l’uomo che, a loro giudizio, ha sovvertito i valori della Repubblica. Per Trump e i repubblicani sarà un modo per accusare i democratici di essere finiti ostaggio della “sinistra radicale” – e per consolidare quindi la propria base elettorale alla vigilia della campagna presidenziale. Il presidente vuole trasformare le udienze al Senato in un grande show, fatto di nuovi attacchi, polemiche, opposte testimonianze. L’obiettivo è esaltare le tensioni, scatenare la guerra, spaccare l’America. La strategia ha funzionato nel 2016. Trump spera che funzioni nel 2020.

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