Processo per stupro aveva mostrato 40 anni fa (e nel corso del tempo ha continuato a fornire la prova visiva e il supporto politico per una maggiore consapevolezza rispetto ai temi della violenza sessuale) che la legge in Italia non è uguale per tutti. Allora fu una sorpresa molto inquietante perché fu chiaro agli occhi del paese che le donne, nei processi per stupro, da vittime diventano imputate di un crimine che avevano subìto, un crimine gravissimo. Quando ci si è accorte di ciò il dibattito sulla legge in particolare, e in generale sulla cultura italiana, è lievitato. Processo per stupro è stato questo: un lievito culturale e politico”.

Sono le parole di Loredana Rotondo, una delle sei autrici registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti) del celebre documentario prodotto dalla Rai e andato in onda il 26 aprile 1979.

Quest’anno, a novembre, in occasione anche della ricorrenza della giornata internazionale sulla violenza contro le donne, il giornalista Gian Antonio Stella ha scritto un articolo sul Corriere della Sera, nel quale oltre a ricordare l’importanza di quel documentario, conservato anche al MoMa di New York, il collega si domanda perché la Rai non lo riproponga nelle sue reti. Di fronte al diniego ad arte della Rai di trasmettere il documentario, Stella avanza la risposta: ”A quanto pare gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale”.

Fin contro questo che si configura come un gravissimo episodio di censura si è levata la voce, in sede Rai, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza, che ha scritto sui social: “Dopo la diffusione dell’agghiacciante sondaggio dell’Istat, secondo cui una persona ogni quattro pensa che le donne possano provocare violenza sessuale con il loro modo di vestire e addirittura il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo voglia, sarebbe ancora più doveroso, se non un obbligo morale, fare vedere Processo per stupro“.

Loredana Rotondo, che nel 1981 fu persino incriminata per un secondo documentario – questa volta sulla prostituzione, AAA Offresi, prodotto dalla Rai che fece scandalo, purtroppo mai trasmesso e che si teme sia irrintracciabile – non usa mezzi termini: “Io penso che la risposta della Rai sull’impossibilità di riproporre Processo per stupro significhi tutelare interessi di parte e politicamente convergenti con una deriva molto pericolosa, che tra l’altro contrasta con lo spirito dell’articolo 3 della Costituzione. Questo è grave. Aggiungerei che se la Rai oggi non è più all’altezza della sua funzione pubblica (il privato è pubblico) e della sua storia (Processo per stupro è stato esibito nel 2004 da Pippo Baudo nella trasmissione celebrativa del cinquantenario della Tv) chi vuole può vederlo su YouTube. Spero in un pubblico di giovani, come auspicato da Gian Antonio Stella, a cui oggi viene negata dalla tv pubblica questa possibilità”.

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