Le corse velocissime, un po’ sgraziate, con la faccia da scugnizzo e i capelli lunghi al vento, un po’ tamarri. I capitomboli per le entrate degli avversari che però finivano in una capriola, e la corsa che continuava: Ezequiel Lavezzi detto il Pocho è stato il più napoletano dei napoletani del nuovo corso azzurro targato De Laurentiis. E per questo il più amato, anche oggi, che nel Napoli non ci gioca più da 7 anni e ha deciso di appendere le scarpette al chiodo dopo i tre anni dorati all’Hebei.

Tanti i tributi, tanti i ricordi sui social e sui siti a tema di ex compagni, tifosi e addetti ai lavori. È stato, e probabilmente continuerà a essere il più amato del nuovo corso: più di Hamsik, più di Cavani, più di Higuain. Perché è stato il più scugnizzo, portatore finora unico di una napoletanità mai eguagliata né superata: né dal buon Hamsik, mai sopra le righe, né da Cavani famelico e cannibale ma con abnegazione e applicazione quasi nordica, né da Higuain, bizzoso e incazzoso. Infinitamente più napoletano di Insigne che pure napoletano lo è di nascita.

Lo pescò Pierpaolo Marino dal San Lorenzo: qualcuno scrisse che la traduzione del suo soprannome era Il fulmine, ma non era vero. Il nickname era legato a un meticcio che aveva adottato in patria, a Villa Gobernador Galvez, vicino a Rosario. Dissero che l’altro soprannome era El Loco alludendo a un caratterino sangre y arena tipicamente sudamericano, ma anche questo non era vero, né che fosse “loco” né che lo chiamassero così.

In Italia il Pocho c’era già venuto: prima alla Fermana per un provino, che andò male, tanto che il ragazzo pensò di mettersi a fare l’elettricista in patria. Ma ci riprovò e gli andò benino: prima con l’Estudiantes e poi col San Lorenzo. Poi acquistato dal Genoa di Preziosi neopromosso in A, ma la retrocessione d’ufficio fermò tutto e tornò in Argentina.

Il Napoli riuscì a riportarlo in Italia e a farlo giocare: fu subito amore, un amore forte, carnale. Si presentò con una tripletta, a Pisa. Poi con l’Udinese, in campionato, nacque la stella: mandò puntualmente ai matti Zapata e regalò assist ai suoi compagni segnando anche un gran gol in una gara che finirà 5 a 0 per gli azzurri. È la seconda partita del ritorno in A, contro una squadra forte come l’Udinese di Di Natale e Quagliarella : a Napoli impazziscono per quell’argentino col numero 7.

Dimostra la sua napoletanità anche tra le strade della città, Lavezzi: quando con la compagna di allora e madre di suo figlio Thomas, Deborah, litigano per questioni di viabilità “cacciando la currea”, la cintura dei pantaloni, per affrontare i contendenti in mezzo al traffico napoletano.

Si divertirà, in quelle strade e in quei vicoli. Parecchio. E farà divertire la gente: quell’andatura sghemba che si piegava a difendere palloni che sembravano persi e che invece aprivano a dribbling incredibili, corse a perdifiato palla tra i piedi e capelli al vento, un tatuaggio, tra i tanti, omaggio a Napoli: il mantello azzurro di un’indiana, baciato più volte ai gol e dopo le vittorie.

Gol e vittorie pesanti quelli che ha regalato il Pocho ai napoletani: la doppietta al Chelsea agli ottavi di Champions, il gol ad Anfield, quelli contro Juve, Fiorentina, Inter e Milan in campionato. E gli assist ai compagni (quello ad Hamsik con la spalla, per il primo gol in Italia dello slovacco) per cui a un certo punto diventava una sorta di deus ex machina: Paolo Cannavaro, che ad ogni pallone riconquistato in difesa alzava la testa per cercarlo e lanciarlo, è un’immagine abbastanza familiare per ogni tifoso.

Un legame non sbandierato o costruito, ma quasi di sangue: sangue “loco” che porta Lavezzi a difendere la sua napoletanità spesso con alzate di ingegno estemporanee, la pallonata in faccia ad Allegri a Cagliari ne è un esempio. Le esultanze folli dopo i gol alla Juve un altro. Cagliari e Juve ricorreranno spesso nell’avventura napoletana di Lavezzi: ai primi segnerà al 95esimo in Sardegna, regalando una vittoria storica al Napoli di Mazzarri e rompendo un tabù che durava da anni. Alla Juve segnerà più e più volte e con la vittoria sui bianconeri in Coppa Italia saluterà, tra le lacrime, i suoi vecchi tifosi prima di andare al Psg.

Momenti difficili ci sono stati ,come la fuga dopo la sua seconda stagione azzurra, in polemica con Marino a causa di un mancato rinnovo. Ma rientrò in breve. Non il più forte, non il più decisivo tra i calciatori del nuovo Napoli: ma sulla scala delle emozioni regalate, quelle corse a perdifiato, quei dribbling di chi sembra perder palla e invece ti salta e se ne va sono il top, con uno stadio intero a esaltarsi dietro quelle volate e a spingerlo per rialzarsi dalle cadute. Il più scugnizzo, ormai grande. Suerte Pocho.

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