di Roberto Carvelli*

“La fatica del viaggio, finalmente l’arrivo, poi il bisogno di soldi ed ecco che finisce già prima di iniziare la carriera universitaria di molti studenti migranti”. Moglie italiana e due figli di 9 e 4 anni (“obbligatoriamente italiani” dice), Bologna ormai la sua città, Siid Negash sa di cosa si parla quando mi racconta “Sportello Refugee Students”, il progetto finanziato attraverso il bando “Partecipazione – Azioni per la Protezione e la Partecipazione dei Rifugiati” promosso da Intersos in collaborazione con l’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Siid è il presidente di Next Generation Italy, una delle 16 associazioni vincitrici del bando 2019. Nata nel 2009 da un gruppo di ragazzi di seconda generazione, lavora sul diritto allo studio universitario sul territorio bolognese ma ha contribuito a creare a livello più diffuso il CoNGGI, Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane.

Eritreo con venti anni di Emilia alle spalle – tra Modena, Imola e Bologna – finisce la sua laurea a Bologna, al Dams, si definisce “cineasta” per passione ed educatore dopo essersi ulteriormente specializzato in pedagogia. Ha uno sguardo calmo e un modo di parlare ovattato ma inarrestabile, come se parola per parola stesse per formare una grande palla di neve, una slavina gentile fatta di idee, di responsabilità, di attenzione.

Lo sportello migranti che oggi per due ore proverà ad incontrare migranti al Làbas di vicolo Bolognetti, a Bologna, non è solo un accorciamento delle distanze tra giovani e promettenti universitari rifugiati e la burocrazia. “C’è un’idea politica di fondo – spiega Siid seduto davanti a me giusto dietro il bellissimo quadriportico dell’ex convento di San Leonardo, dove ferve un mercatino agro-bio – che è quella di rafforzare l’ingaggio dei richiedenti asilo nel mondo universitario. Come farlo? Attraverso un avvicinamento più profondo. Necessario, credimi. Alcuni hanno una prima laurea, gente molto in gamba ma provata da una viaggio senza fine, che di studiare non ha più né la voglia né la forza e io, che ci sono passato, lo capisco”.

Ma prima ci sono da considerare quei piccoli vantaggi che l’Università di Bologna mette a disposizione. “Banalmente – sempre Siid mi spiega mentre a un metro infiamma una sfida di calciobalilla tra quattro scatenati ragazzini – i richiedenti asilo non pagano le tasse universitarie: quindi se uno è motivato può studiare la sera, dopo il lavoro”. Il punto è riscoprirsi soggetti attivi. “Io – mi dice – sono uno di quelli fortunati. Quelli che arrivano in aereo. Fortunato anche perché mentre facevo l’università in Eritrea, se non fossi partito, sarei stato costretto a un lungo e durissimo addestramento militare. Ora faccio politica sulla questione migranti e su quella dell’Eritrea, il mio Paese in cui non posso tornare perché ‘attenzionato’ e in cui, finché c’è questo regime, non tornerei. Le mie sono tutte mission in cui credo, non faccio nulla tanto per fare”. Il primo lavoro che gli piace tantissimo è quello che fa ora con i ragazzi tra gli undici e i dodici anni del quartiere di San Donato, “che vedo cambiare, integrarsi, superare difficoltà”.

Il sogno rimane quello di girare un film sull’Eritrea, il regalo che vorrebbe fare al suo Paese. Mentre parliamo suonano le campane della chiesa di San Leonardo che si mixano, non volendo, con i bassi di una musica techno su cui dei ragazzi stanno provando dei passi.

“Servono progetti per scardinare le idee precostituite. Noi abbiamo capito che alla fine della storia è la conoscenza il punto. Se tu chiedi ai peggiori razzisti ti diranno ‘ma no Abdul no, lui è una persona meravigliosa, è stato il mio badante, il mio giardiniere… sono gli altri che non vanno bene’: su questo pregiudizio si può lavorare”. Viene in mente la curva di tanti stadi italiani che fanno “buu” al giocatore di colore dell’altra squadra ma non della propria.

Lo sportello refugee è fisso il sabato in centro a Bologna, ma è itinerante come in questo mercoledì sera qui vicino a Porta San Vitale. Due ore in cui si avvicenderanno ragazzi per chiedere come proseguire gli studi. “Ma il lavoro – spiega Aklilu, anche lui di Next – è spesso più largo. Qualcuno lo aiutiamo abbreviandogli altre strade come la ricerca della casa o altre cose pratiche, appoggiandoci ad altre realtà del sostegno. Certo ci sono storie di improvvisazione, ma c’è tanta gente che fa ore in bus, va a manifestare a Ginevra, poi torna a lavorare senza aver dormito. Noi siamo stati nei loro panni: possiamo aiutarli facendogli da ponte”.

Aklilu, eritreo anche lui, è stato appena ieri al “welcome day” dell’UniBo e ha incontrato gli 800 ragazzi stranieri che sono arrivati quest’anno a studiare; di essi circa dieci rifugiati. Mentre parliamo si siedono al nostro fianco altri due Next, Alì e Ayoub, marocchino, che si è laureato sulle seconde generazioni in Italia: “una tesi fatta per me per capire da dove arrivavo, questioni anche esistenziali. Il mio caso mi ha fatto capire che non avere accesso a determinate questioni ti fa avere la forza di cercarle e apprezzarle”.

Alì è arrivato in Italia dal Pakistan a cinque anni e l’integrazione ha segnato anche lui come Ayoub dall’asilo nido “quando i tuoi non ti fanno andare a una festa di compagni di classe o loro non ti invitano. Le ferite coincidono con i momenti chiave dell’esperienza – infanzia, adolescenza, maggiore età. Tu vorresti andare da una parte, quella italiana che è più forte, e c’è qualcuno che ti tiene: la tua cultura, famiglia, tradizioni. Alla maturità è stata la doccia finale: ero integratissimo – calcetto, amici, tutto – ma all’orale mi chiedono da dove venissi e io dico allora ‘italiano’. La commissaria d’esame mi chiede se ho la cittadinanza e io dico ‘credo di sì’ poi mi chiede il colore del passaporto e lì capisco che c’è qualche cosa che mi rende diverso dagli altri. Ma cosa? Un documento? Un modo di essere? Quella è stata la ferita più grande che mi ha fatto scegliere di lavorare in Next Generation”.

*Giornalista e scrittore, autore di opere di narrativa, guide di viaggio e inchieste.

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