Che in tantissime culture vi sia un nesso ancestrale tra mondo dei morti e mondo dei vivi è un fatto. Che questo nesso sia (stato) celebrato in modi diversi, comprese le feste, è anch’esso un fatto. Penso alle battaglie notturne, al sabba, a tutto ciò che per esempio Carlo Ginzburg ci ha spiegato con la sua incredibile genialità. E ricordo anche un intervento autorevolissimo di Luigi M. Lombardi Satriani, intervistato da Marco Benoît Carbone a proposito delle antiche feste dei morti nel Sud dell’Italia – quel Lombardi Satriani che al tema della morte e del passaggio ha dedicato (con Mariano Meligrana) un libro celebre e icasticamente intitolato Il ponte di San Giacomo. Di questo rapporto tra mondo dei morti e mondo dei vivi, e del transito tra questi due mondi, vi è traccia anche nella cultura letteraria, popolare, cinematografica, che ha attinto a quel bacino di tradizioni, riti, miti. Si pensi a Pinocchio, o a Cenerentola, o da ultimo al film Coco della Disney. Cos’è in fondo Pinocchio se non un libro in cui i morti sono costantemente presenti (basti solo pensare, tra le tante, alla figura del cane Melampo, che vuol dire ‘piede nero’, laddove il monosandalismo è lo stigma tipico di chi è tornato dal viaggio nel mondo dei morti), come sapeva bene il Manganelli di Pinocchio: un libro parallelo? E Cenerentola, che perde la scarpetta proprio al suo ritorno dal ballo, come chi veniva offeso al piede tornando dall’oltretomba (Amirani il caucasico o Sbadilon il mantovano)?

Eppure. Eppure quelle varie celebrazioni, quel modo di pensare il passaggio e la comunicazione tra vivi e morti non sono tutti uguali: Halloween non è tout court la festa dei morti nei paesi del Sud, non è il giorno dei morti messicano, etc. È una festa ‘importata’. Non si può cercare di stemperare l’importazione e di renderla meno ‘paurosa’, meno ‘minacciosa’ per i cosiddetti ‘valori’ europei e italiani dicendo che tanto è uguale alle nostre feste tradizionali. Occorre, nella critica dei fenomeni, prima stabilire di essi i contorni precisi, le specificità. Dire ‘importato’ non significa rifiutarlo. A lezione leggevo spesso un passo divertente di Ralph Linton sulle moltissime cose che la cosiddetta civiltà occidentale ha importato da altre culture: il sigaro dalle Antille, l’acciaio dall’India del sud, la terracotta per la prima volta fatta in Cina, e così via.

Lombardi Satriani sostiene che a Nicotera, in Calabria, nel giorno dei morti “i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mo’ di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: ‘ndi dati i benedetti morti? ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi” (Il ponte di San Giacomo, pp. 150-151). E, nell’intervista menzionata, sostiene che “in America Halloween era stata portata precedentemente […] dai nostri emigranti meridionali (oltre a quelli di altre nazionalità). E quindi la presunta importazione dell’America è un viaggio di ritorno della festa, mentre quello di andata è presumibilmente quello che va dal sud Italia agli Stati Uniti”.

Ho forti dubbi (ha a che fare piuttosto forse con la festa di Samhain), ma qui mi interessa elaborare l’idea di ‘viaggio di ritorno’, poiché esso non è un percorso neutro. Ogni viaggio, che sia di andata o di ritorno, lascia a casa qualcosa e quando arriva assume, prende in prestito, trasforma, talvolta persino cannibalizza, digerisce ed evacua ciò da cui era partito, ciò che ha trovato e ciò che ha raccolto durante il viaggio. Il viaggio è trasformativo poiché in mezzo c’è la storia, ci sono le comunità e le persone. Dunque anche qualora si tratti di ‘ritorno’, la festa che celebra i morti non sarebbe più la stessa di quando partì dal Sud, ma un’altra cosa, una volta arrivata lì, e un’altra ancora una volta ritornata in Italia.

Oggi Halloween è una festa tipicamente statunitense, che nel ‘tornare’ – se di ritorno si tratta – si è caricata di molta paccottiglia: il merchandising ormai la domina. Se il senso della questua era una sorta di redistribuzione dei beni tra i ricchi e i poveri, oggi essa ha perso quel significato. Se non esiste dunque un continuum trans-storico nel quale tutto si eguaglia, facendo parte di un’unica storia lunghissima che va dalla Scizia all’Irlanda al Mediterraneo all’Atlantico, possiamo dire che vi sono alcune cose comuni, che tuttavia ‘viaggiano’ e si trasformano. L’antropologo cubano Fernardo Ortiz aveva parlato di ‘transculturazione’ per indicare questo trasformarsi dei riti e dei fenomeni. Se Halloween ha viaggiato, è tornata qui come una festa diversa. Ahinoi più commerciale, meno ‘spirituale’.

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