Sono ad Antofagasta. Volevo vedere il Pacifico prima di rientrare a San Pedro de Atacama. Complice l’organizzazione di un concerto all’aperto, il lungomare è gremito. Infilo, per parcheggiare, uno dei vicoli laterali che salgono in collina. A pochi isolati dal centro la città è un agglomerato variopinto di case scalcinate e baracche di lamiera, accatastate come container o precariamente impilate le une sulle altre come le confezioni dei prodotti sui banchi del supermercato. A bordo strada, una torma di ragazzini scalzi saltella intorno a un falò di copertoni. S’impone, sulla baia bigia, il trapezio capovolto di una petroliera.

Pensavo a un rapido cortado, ma mi lascio ingolosire da una variante locale del ceviche. Mentre, in coda, sorbo la spuma bitter-sweet del pisco shakerato sfilano inattese, sullo schermo in fronte a me, immagini del centro di Santiago a ferro e fuoco: barricate improvvisate rovesciando auto e cassonetti, edifici incendiati, saccheggi, blindati della polizia che pattugliano le strade, idranti che disperdono i manifestanti. Il “mandatario” – come i media chiamano il presidente Sebastian Piñeraha proclamato lo “stato d’eccezione”, l’Ausnahmezustand che è forse il lemma centrale del breviario politico novecentesco. I filmati, in effetti, paiono riportare gli orologi della storia al golpe e alla protervia militare della junta.

Il mio amico Andrés – avvocato eclettico, dantista per passione e tra gli “spiriti” più fini che conosca – mi aspetta a Santiago lunedì. Con pacato fatalismo, e certa ironica partecipazione, mi conferma che nella capitale regna il caos: “Va bene il caos, va bene…”. In vita sua non ha mai visto niente di simile e un poco lo svaga la considerazione che un paese obbediente come il Cile abbia deciso d’accogliermi con un’insurrezione. “Momento strano, avrai la tua esperienza”, conclude allegando un rimando ai Songs di William Blake. Chi stia dalla parte dell’“Innocenza” si guarda però bene dal specificarlo.

Comincio a intendere che il mio viaggio non sarà privo di scombussoli. Di lì in poi, infatti, una minacciosa sequela di disguidi: il coprifuoco esteso anche alla regione di Antofagasta, la possibile interruzione dell’approvvigionamento di carburante, una pattuglia dell’esercito che m’impone a notte fonda l’altolà dichiarando che per motivi di ordine pubblico l’accesso a San Pedro è interdetto (riesco tuttavia a rientrare, provvidenzialmente scortato da un pick-up locale, sulla scia del quale improvviso una tortuosa deviazione per guadi, dune e strettoie che inaspriscono il timore della notte).

Penso alla fragilità dell’individuo rispetto al divenire sociale della massa. Finché funzionano nel modo consueto, collettività e istituzioni sembrano astrazioni. Ma appena il “contratto sociale” vien meno e si percepisce un rischio tangibile per la propria incolumità, niente diventa più importante della protezione garantita dallo Stato.

Sulle prime, tuttavia, non riesco troppo a inquietarmi. Ho avuto, in giornata, impolitiche suggestioni in senso opposto. Vengo infatti da una ventosa puntata al Cerro Paranal che ospita il Very Large Telescope dell’Eso, la più importante organizzazione astronomica finanziata dall’Unione europea (sono riuscito a entrare per un pelo, visto che tra pochi giorni le visite verranno sospese). Strumenti principali dell’osservatorio sono quattro telescopi riflettori configurati secondo la tecnica Ritchey-Chrétien che, tramite un enorme specchio parabolico, concentrano il fascio di luce sul fuoco della parabola rendendolo osservabile e analizzabile da apposite apparecchiature.

Per gli astrofisici è un’ovvietà, ma quella che la luce ci consegna è una mappa degli avvenimenti cosmici che prescinde dalla sincronia. Vediamo, infatti, una strana “sintopia” di eventi passati: il sole di circa (in media) 8,31 minuti fa – il tempo che la luce impiega a percorrere i 150 milioni di chilometri che ci separano da esso – insieme a stelle estinte da migliaia di anni e esplosioni di supernove avvenute miliardi di anni addietro.

Su di un piano strettamente filosofico è riflessione che andrebbe estesa a tutte le nostre percezioni: nessuna di esse, per via del mezzo che la media, può essere a rigore definita “in atto” quando la registriamo. Ma allora che senso ha l’attualità: non è forse il più inconsistente dei fenomeni? E che ne è delle urgenze che sembra a tutti i costi volerci imporre la “politica”? Stendhal quando scriveva dichiarava di voler far proprio il punto di vista persiano, cioè un orizzonte altro, avalutativo e il più possibile immune ai condizionamenti esercitati dalla realtà descritta. E perché non assumere, riguardo alle vicende umane, un punto di vista astronomico, indifferente, appunto, all’illusoria concretezza del presente?

Rispetto a San Pedro, Cerro Paranal si trova dall’altra parte del deserto. Per arrivarci son circa quattro ore di tragitto per una landa desolata dove sull’egemonia marziana del paesaggio si stagliano, in lentissima sequela, spianate e vuoti interminabili, città minerarie ottocentesche in rovina, cumuli di materiale escavato, ciminiere e castelletti d’estrazione come quelli ossessivamente catalogati da Bernd e Hilla Becher. Non posso non riconsiderare il realismo dell’apocalissi planetaria di Mad Max, dove carcasse di marchingegni arrugginiti ed altri esoscheletri industriali punteggiano inquietanti l’ocra arenoso del deserto.

Sapendola nei pressi, prima di deviare per l’osservatorio pianifico una sosta alla famosa Mano del desierto che sorveglia la Panamericana cilena 75 chilometri a sud di Antofagasta. Mi ricorda altre mani colossali: quella – pacifica colomba in volo – di Corbu a Chandigarh e Los dedos del gigante che a Punta de l’Este, in Uruguay, riemerge sepolto dalla rena (lo scultore, scopro ora, è lo stesso di Atacama: Mario Irarrázabal). Più che il monumento, è il contesto a impressionare: sconfinato panorama minerale alieno all’esuberanza del vivente. O quasi, perché in una cueva naturale non lontano dalla Mano abita segretamente un eremita.

Ha deciso di lasciarsi il mondo alle spalle dopo che la sua impresa è fallita per via, sostiene, di un’iniqua persecuzione giudiziaria. Ha perso tutto – lavoro famiglia amici –, ma ha capito che nulla di quel che aveva gli era davvero necessario per vivere. Il mondo, che proprio in questi giorni per i cileni sembra a un passo dal tracollo, sopravvive ogni giorno a molte catastrofi, spesso mute o inavvertibili. Cosa può importare a Gerardo, l’eremita che vive nel deserto, dei disordini sociali di Santiago? Ha annullato le vicissitudini del proprio tempo consegnandosi a uno spazio “vasto e diverso / e insieme fisso”, dunque in fondo imperturbabile, che disattiva l’irruzione degli eventi. Mi saluta regalandomi una pietra.

Tornando dall’osservatorio, imbocco il bivio per Antofagasta. Guidando, rigiro sul palmo la pietra corrugata (“disanimata”, mi suggerisce la memoria). Scura, gravosa, potrebbe essere un minuscolo asteroide. Si conferma in me l’idea che l’eremita nel deserto e gli astronomi nello spazio interstellare cerchino in fondo la stessa cosa.

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