Un uomo può correre una maratona, 42 chilometri e 195 metri, in meno di due ore. Eliud Kipchoge, 35 anni, keniano, primatista mondiale e campione olimpico ha portato a termine l’impresa, chiamata Ineos 1:59 Challenge, in un’ora, 59 minuti e 40 secondi. La prestazione non rappresenta un record: il tempo non verrà omologato perché realizzato al di fuori di una competizione ufficiale. Era l’uomo che sfidava i suoi limiti e ciò basta per riconoscere valore a questa impresa ai confini dell’umano, corsa sul circuito piatto di Vienna. Le ottime condizioni climatiche, il supporto di 41 lepri a scortare Kipchoge che aveva anche il rifornimento volante di chi lo affiancava in bicicletta, così da non perdere la traiettoria ideale tracciata dal raggio verde proiettato in terra dall’auto staffetta.

Tutto perfetto, ma nell’animo di Kipchoge c’era l’ombra dell’insuccesso del 6 maggio 2017 quando, all’Autodromo di Monza, corse la maratona in 2h00’25”, venticinque secondi di troppo che gli saranno rimasti in mente fino agli ultimi metri della corsa di oggi.

Seminascosto dalle lepri, appena dopo il cartello dei 40, percorsi a 2’50’’ al chilometro, si leggeva chiaro un sorriso, incredibilmente dolce nonostante fiorisse su un volto scavato per natura e concentratissimo.

Lucido, e per questo consapevole che il muro stesse cadendo, le sue gambe e la sua mente stavano trasformando in realtà un progetto che farà epoca. Non è un record, è vero, ma c’è qualcosa di costruito a tavolino, in palestra o in laboratorio, che lo rendono un grande e ambizioso esperimento e come tale occorre guardare questa prestazione. Con rispetto, anche perché ci insegna comunque qualcosa. Andare oltre i limiti.

Un grande esempio di collaborazione umana, secondo me, perché oltre 40 atleti di livello internazionale, seppur ingaggiati, hanno voluto esserci, da comprimari ma al servizio della storia. Come loro tutti quelli che hanno reso l’impresa possibile, da chi ha cacciato i soldi a chi scopava via le foglie sulla linea del traguardo. L’umanità è darsi una mano per raggiungere obiettivi condivisi, anche se sembrano irraggiungibili. Io ci ho visto tutto questo.

“Siamo esseri umani, non macchine” aveva dichiarato Kipchoge dopo la mancata impresa di Monza, deluso aveva anche dato l’impressione di essere arrivato stremato al termine. Oggi è stato tutto diverso perché appunto l’uomo non è una macchina e risente degli stati d’animo. A obiettivo raggiunto era ancora adrenalinico, bandiera del Kenya indosso correva di gioia dando il cinque al pubblico che lo acclamava.

Eliud Kipchoge, col suo tempo fuori dal mondo, è atterrato in un territorio inesplorato, quasi un allunaggio per il quale l’esclamazione: “20mila passi per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità” non è un’eresia. L’uomo sulla Luna non è più tornato, la corsa sotto le due ore nella maratona è appena iniziata.

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