Randy Halprin, 40 anni, doveva morire il 10 ottobre, nel giorno della Giornata mondiale contro la pena di morte, con un’iniezione letale nel carcere texano Polunsky Unit. Qui, da quasi vent’anni, l’uomo è detenuto nel braccio della morte. Da quando il 24 dicembre del 2000 partecipò alla più grande evasione di prigionieri mai avvenuta in Texas, insieme ad altri sei detenuti di un carcere a Sud di San Antonio, Texas.

Il piano di fuga riuscì, ma la libertà durò poco: uno dei fuggitivi si impossessò di una pistola e uccise il poliziotto 29enne Aubrey Hawkins. Ricercati, furono arrestati un mese dopo in Colorado. L’omicida è stato condannato alla pena di morte, così come gli altri suoi “compagni di fuga”. Esattamente come prevede la legge texana: la Law of Parties prevede che, per alcuni reati, la pena colpisca non solo chi compie materialmente il crimine, ma anche i membri del gruppo di cui fa parte. Dei Texas Seven, così è passato alla storia il gruppo dei fuggiaschi, uno è morto suicida prima della cattura, mentre per altri quattro l’esecuzione è già avvenuta. Nel braccio della morte restano Randy Halprin e Patrick Henry Murphy. Quest’ultimo doveva essere giustiziato lo scorso marzo, ma poi, grazie al ricorso del difensore legale, la pena è stata posticipata il prossimo 13 novembre.

E ora è stato accolto anche il ricorso del legale di Randy: il giudice è stato accusato di aver emesso il giudizio di condanna a morte influenzato dalle sue idee antisemite e, siccome l’imputato è ebreo, il caso è stato riaperto. Alla notizia, Alessia e Arturo, marito e moglie di 41 e 54 anni residenti a Milano, hanno esultato: da undici anni scambiano lettere, rigorosamente scritte a mano, con Randy aderendo al progetto Scrivi a un condannato a morte della Comunità di Sant’Egidio.

Come la loro, ci sono altre 370 corrispondenze sparse nel mondo, soprattutto con detenuti della Florida, Texas, California, Georgia, Oklahoma, Ohio, Idaho, Alabama. A offrirsi per iniziare la corrispondenza sono persone di 82 nazionalità diverse. “Le nostre e le sue lettere iniziano con ‘Caro fratello’ – precisa fin da subito la coppia – Perché sì, dopo undici anni possiamo dire di essere come parenti”. E iniziano a raccontare: “Nelle lettere scriviamo della nostra vita, gli mandiamo foto delle nostre gite, delle nostre vacanze, ma anche, semplicemente, della nostra routine quotidiana. E siccome da ragazzino Randy giocava a basket, commentiamo le partite e le squadre”. Non solo: “Spesso parliamo di musica perché nella sua cella non può fare altro che ascoltare la radio”.

Randy passa 22 ore al giorno in una piccola cella, le restanti 2 le passa in un cortile all’aperto facendo qualche tiro a canestro (anche in questo caso da solo) o scambiando qualche parola con altri detenuti, rigorosamente dietro a delle sbarre e sorvegliati dalle guardie. Randy non può stringere la mano a nessuno, tantomeno abbracciare qualcuno. I familiari che vengono a trovarlo possono vederlo e parlargli solo da dietro un vetro. La routine di ogni condannato a morte. Questo fino a quando il giudice non fissa la data dell’esecuzione: allora, di prassi, i detenuti vengono trasferiti in un’altra ala del carcere, in una cella videosorvegliata 24 ore su 24 per evitare possibili e frequenti tentativi di suicidio. Da questa blindatissima cella, non si fa ritorno.

“Randy per lo Stato non esiste più – continuano Alessia e Arturo – Le sue lettere sono di appena una pagina. Ci racconta dei suoi tiri a canestro e delle sue chiacchierate con il rabbino. Solo una volta ha parlato della sua vicenda giudiziaria, forse perché si sentiva in dovere di informarci. Poi basta. Vuole sapere altro, qualsiasi cosa succeda oltre quelle sbarre. E a volte fantastica su un nostro possibile incontro. A casa nostra, a Milano, a mangiare pizza. Lo sa lui e lo sappiamo noi che questo non succederà mai, ma resta lo stesso un sogno piacevole”. E se ad Alessia e Arturo chiedi perché questo incontro non può avvenire in Texas nel carcere in cui è detenuto, loro rispondono: “Ci sarebbero dieci secondi di felicità e poi solo tristezza. Meglio il nostro incontro immaginario”.

Alcune volte capita che ci sia un ritardo nella consegna della corrispondenza: “Una volta abbiamo tardato a rispondergli e lui ci ha inviato una lettera chiedendoci se avessimo deciso di interrompere la corrispondenza. Mai. Non lo faremo mai. Eppure c’è chi inizia e dopo pochi mesi smette. Per il detenuto è uno choc”. E concludono: “La sensazione è che la pena di morte in Texas sia quasi una normalità. Come se fosse l’unico deterrente contro la criminalità. Eppure non ci sono dati che lo dimostrino. Per noi europei è pura follia”.

Da inizio 2019 le esecuzioni accertate da Amnesty International Italia sono 522, di cui 17 negli Stati Uniti. I detenuti nel braccio della morte, a fine del 2018, erano almeno 19.336. Nello stesso anno sono state almeno 690 le esecuzioni, in 20 Paesi, una diminuzione del 31% rispetto al 2017. Le condanne a morte sono, invece, 2.531 in 54 Paesi, una leggera diminuzione rispetto alle 2.591 registrate nel 2017. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo, nell’ordine, in Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq: il maggior numero di detenuti messi a morte sono in Cina, dove però è impossibile ottenere cifre precise sull’applicazione della pena capitale nel Paese, poiché i dati sono considerati segreto di Stato. Certo è che la cifra di almeno 690 persone messe a morte in tutto il mondo non comprende le migliaia di esecuzioni ordinate da Pechino.

Negli Stati Uniti, invece, nel 2018 il numero delle esecuzioni sono state 25, le sentenze capitali 45. Il Texas ha quasi raddoppiato le sue cifre rispetto al 2017 (da 7 a 13) e da solo rappresenta oltre la metà del totale di tutti gli Stati Uniti. “Si continua a credere che la pena di morte sia un deterrente per i crimini violenti e renda la società più sicura – precisa Tina Marinari di Amnesty International Italia – Ma non esistono dati a prova di tale mito. Il dovere dei governi dovrebbe essere quello di tutelare i diritti umani di tutti gli individui”.

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