Il ragionamento “nel bio non si usano antiparassitari, perciò è maggiore il rischio di avere prodotti contaminati da micotossine come le aflatossine” sembra filare liscio. Se a questo si aggiunge una ricerca (male interpretata) secondo cui il mais bio è più contaminato, il cerchio sembra chiudersi. Ma le apparenze ingannano.

Invisibili, e cancerogene con l’accumulo, le aflatossine sono micotossine prodotte da alcuni ceppi fungini. Possono intaccare semi oleosi, cereali e legumi e ritrovarsi nei latticini se le mucche consumano granaglie contaminate. “I funghi che producono queste micotossine si avvantaggiano di alcune condizioni climatiche, come le alte temperature e l’umidità a livello colturale”, specifica il professor Stefano Bocchi, docente di agronomia e coltivazioni erbacee presso l’università degli Studi di Milano; coordinatore del Centro di ricerca Gaia 2050 (progetto interdisciplinare dell’ateneo milanese, incentrato sulla qualità della vita sul pianeta e guidato da criteri di ecosostenibilità). “Ci sono tanti tipi di micotossine, capaci di contaminare tutte le colture, come risulta dalle indagini, in particolare quelle su mais e frumento”. Dato il rischio di cancerogenicità, l’Europa ha posto dei limiti alla loro presenza. Il sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (Rasff) si occupa appunto di verificare in fretta le contaminazioni e di bloccare la merce prima della vendita.

Si ritengono comunemente le colture biologiche più soggette a contaminazioni rispetto alle convenzionali, ma ci sono varie condizioni predisponenti cui non sfugge nessuna delle due. Un documento dell’Istituto superiore di sanità individua alcune pratiche agricole rischiose, soprattutto nella coltivazione del mais; tra queste, “la monocoltura, l’impiego di ibridi precoci, l’uso di non appropriate procedure di irrigazione, la mancanza di una lotta biologica in campo, […] la pratica di posticipare la raccolta, con il rischio di abbassare troppo l’umidità alla raccolta”. Altrettanto importanti, ricorda il docente, sono le caratteristiche del terreno (se trattiene acqua o no), le colture troppo fitte e, soprattutto, le annate calde e piovose.

Chi se la cava meglio con queste variabili, il bio o il convenzionale? Hanno cercato di rispondere vari studi. “In particolare, nel 2015 è stata pubblicata una ricerca italiana sulle coltivazioni di mais e grano negli anni 2010-2011”. Per il primo non risultavano differenze, ma il secondo appariva più contaminato nel bio. Bocchi spiega che questa affermazione, decontestualizzata, ha alimentato il mito della pericolosità del bio. Ma gli stessi autori della ricerca la pensavano diversamente, affermando che la variabilità annua è più importante della differenza tra le due strategie aziendali (bio o convenzionale), e che è impossibile stabilire la superiorità dell’uno o dell’altro metodo. Infatti, evidenzia il docente, varie review (ricerche che esaminano i risultati di numerosi studi) pubblicate tra il 2016 e il 2018 non hanno riscontrato differenze significative.

In particolare, un’ampia review del 2016* conclude che, date le numerose variabili in gioco, non si può stabilire una supremazia. Tuttavia, “nonostante il mancato uso di fungicidi, il sistema organico appare generalmente in grado di mantenere a bassi livelli la contaminazione da micotossine”. Gli autori aggiungono che tanto i cereali bio quanto gli altri possono essere intaccati da micotossine, ma per lo più a bassi livelli. Conforterà comunque sapere che nel 2018 il Rasff ha segnalato 635 allerte per aflatossine. Le contaminazioni legate al biologico erano l’1,7%, contro il 98,3% del convenzionale (624 casi).

* Brodal G, Hofgaard IS, Eriksen GS et al. “Mycotoxins in organically versus conventionally produced cereal grains and some other crops in temperate regions”. World Mycotoxin Journal: 9 (5) pp. 755-770 June 28 2016

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