Tra i grandi pianti e funerali che ogni cinque minuti qualcuno celebra per il fotogiornalismo italiano, pare proprio che alcuni fotogiornalisti italiani siano considerati tra i migliori del mondo e lavorino assiduamente. All’estero, però. C’è una fuga di occhi come c’è la fuga di cervelli. I pianti, dunque, non dovrebbero commemorare la salma del fotogiornalismo italiano bensì quella dell’editoria che non lo utilizza, paralizzata da una crisi d’idee prima ancora che economica. Oggi è così e non proviamo qui ad analizzare la situazione, cause, effetti, varie ed eventuali. Altri lo hanno fatto e ognuno la vede a modo suo.

Ma se andiamo indietro nel tempo? Tra le realtà più vivaci che hanno scritto la nostra storia del fotogiornalismo c’è quella dell’agenzia Dfp (Documents For Press), fondata nel 1973 dal fotografo Aldo Bonasia. Una mostra oggi la celebra alla Galleria Bel Vedere di Milano, è visibile fino al 19 ottobre e s’intitola “Documenti per la stampa, storia di un’agenzia”.

Scorrere le 60 fotografie presentate significa fare due operazioni: da una parte tornare alle vicende di un’Italia socialmente esplosiva in piena trasformazione, e dall’altra confrontare il fotogiornalismo di allora con quello di oggi. L’agenzia rappresentò un faro per molti fotografi, che vi si unirono con spirito di servizio tra impegno sociale, coinvolgimento personale, militanza politica, idealismo e denuncia. Luogo di pratica professionale ma anche di discussione, confronto e amicizia.

Erano anni caldi, anni di lotta, anni di cambiamenti radicali nelle strade, nelle case, nei manicomi, nelle scuole, nelle fabbriche. I fotografi della Dfp non erano solo i testimoni di tutto questo, ne erano partecipi, con un coinvolgimento che metteva forse in discussione quel concetto di “giusta distanza” spesso evocato, ma che rendeva le loro foto davvero pulsanti, coinvolgenti, taglienti e anche visivamente violente, specchio di un vulcano in eruzione. Asciutte e grondanti nello stesso tempo.

La regola era “essere dentro l’azione”, e Bonasia in primis non ha mai scansato il rischio dei lacrimogeni, dei manganelli e dei tumulti. E poi le periferie, le condizioni di lavoro, i marginali, la psichiatria, il movimento, i raduni musicali, le forze dell’ordine, gli ospizi. Impossibile citare tutti i fotografi che, a Milano prima e poi anche a Roma, si sono aggregati alla Dfp, ma se alcuni hanno successivamente continuato a percorrere la strada del fotogiornalismo – come per esempio Tano d’Amico, Fausto Giaccone, Edoardo Fornaciari, Dino Fracchia, Alberto Roveri – altri hanno in seguito esplorato differenti versanti nel mondo della fotografia, pensiamo per esempio che proprio alla Dfp hanno mosso i primi passi autori come Gabriele Basilico e Toni Thorimbert.

Il mercato italiano del fotogiornalismo era, in quegli anni, presidiato da alcune agenzie già consolidate, gestite in maniera verticale con una logica prettamente commerciale, dunque l’urgenza per questi fotografi militanti era anche quella di autogestirsi affrancandosi da una visione borghese degli eventi, rispecchiata da molta stampa nazionale.

Quando Aldo Bonasia fondò la Dfp insieme alla sua compagna Daniela Turriccia aveva solo 23 anni e tanta voglia di esserci. Precoce in tutto, Bonasia lo fu anche nel capire che le cose stavano rapidamente cambiando e che molte speranze venivano programmaticamente smontate dal cosiddetto sistema. Alcune conquiste sociali erano state raggiunte e molte altre no, ma l’idea romantica, utopica e meravigliosa che una fotografia potesse cambiare il mondo stava già appannandosi. E così, altrettanto precocemente, Bonasia chiuse l’agenzia già nel 1977.

Oggi si produce anche ottimo fotogiornalismo, ma quel sudore, quelle paure, quelle speranze, quelle sgrandangolate, quell’empatia sono difficili da rintracciare. Oggi tutto è molto perfetto, pianificato, abbellito, la realtà è resa spesso in maniera quasi cinematografica e viene usata per produrre illustrazioni, “opere d’arte” e per tentare di vincere premi. Ci sono, per fortuna, molte eccezioni, e c’è chi ancora è mosso dal sacro fuoco della testimonianza, dall’ideale di poter contribuire alla consapevolezza generale, dalla pratica di una professione che sconfina nella missione. Ma queste, in quegli anni e per l’agenzia Dfp, erano tacite regole d’appartenenza.

Alla domanda su cosa resti di quell’esperienza e se qualche sua traccia, anche in termini “omeopatici”, sia conservata nel modo odierno di raccontare la realtà, una mostra non può dare risposta. Ma può – ed è già molto – farci sapere quanto negli anni 70 pesasse umanamente avere una Nikon al collo.

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