I Mondiali di rugby 2019 sono il grande evento che per quasi un mese e mezzo riunirà gli appassionati del pianeta ovale. C’è anche l’Italia, per cui però il torneo rappresenta soprattutto un paradosso: è l’obiettivo su cui la Federazione ha impostato l’intero ciclo dell’ultimo quadriennio, le scelte tecniche, gli investimenti, eppure per la Nazionale allenata da Conor O’Shea l’appuntamento è sostanzialmente finito prima di cominciare.

Da venerdì è iniziata in Giappone la nona edizione della Coppa del mondo di rugby, che andrà avanti fino al 2 novembre, data della finale. Gli azzurri debutteranno domenica mattina (alle ore 7.15 italiane) contro la Namibia, nel classico esordio materasso in un girone però proibitivo. È proprio questo il punto: l’Italia è stata oggettivamente sfortunata. Ogni quattro anni gli azzurri si ritrovano a inseguire il passaggio ai quarti di finale, mai raggiunti nella storia, giocandosi la qualificazione in una specie di spareggio contro la squadra di seconda fascia (noi siamo di terza), di solito una delle europee del Sei Nazioni. Non ce l’abbiamo mai fatta, in un’occasione (nel 2007, contro la Scozia) ci andammo davvero vicini. Inutile ripensarci. Stavolta il sorteggio è stato sfavorevole: ci ha inseriti nel Gruppo C insieme a Nuova Zelanda, Sudafrica, Canada e Namibia, passano solo le prime due.

L’Italia si trova nella strana posizione di chi non ha né un obiettivo minimo, né uno massimo. Le prime due partite sono troppo semplici per non vincerle: la Namibia è la classica cenerentola che fin qui in sei partecipazioni non ha mai vinto una partita al Mondiale (e si spera non cominci proprio domenica); il Canada, 22esimo del ranking, non pare in grado di impensierirci. Due successi ci garantirebbero se non altro la qualificazione di diritto alla prossima edizione. Al contrario le ultime due partite sono praticamente impossibili: gli All Blacks sono imbattibili anche se dovessero arrivare all’ultima partita già qualificati e con le seconde linee in campo. In rosso cerchiata sul calendario resta allora solo la sfida al Sudafrica, prevista il 4 ottobre: li abbiamo battuti una volta in una storica amichevole nel 2016, neanche troppo tempo fa, ma da allora gli Springboks si sono ripresi e sono anzi una delle candidate al titolo, pur avendo sconfitti all’esordio dalla Nuova Zelanda (23-13). Eliminarli sarebbe un’impresa: sperarci è lecito, crederci non più di tanto.

Con che spirito allora arrivano gli azzurri al Mondiale? Probabilmente non lo sanno neanche loro. Il movimento italiano attraversa un periodo difficile, dopo il tramonto della generazione d’oro di Sergio Parisse (sarà la sua ultima volta in azzurro), il mancato ricambio, gli investimenti sbagliati su accademie e franchigie, la fuga di spettatori. È un discorso complesso, che il Mondiale non potrà cambiare, ma certo aver impostato il quadriennio su una competizione senza obiettivi è stata una mossa discutibile. Così la rassegna iridata rischia di diventare la conclusione di un ciclo, non il suo punto più alto.

Il ct Conor O’Shea, l’irlandese arrivato nel 2016 con la promessa di portare bel gioco e risultati, ha già annunciato l’addio dopo una seria infinita di 22 sconfitte di fila nelle ultime quattro edizioni del Sei Nazioni, la peggior striscia di tutti i tempi. Non è la prima volta che succede, già diversi suoi predecessori si erano presentati dimissionari al mondiale, da Berbizier a Brunel, ma non è il viatico migliore per affrontare il torneo. Infatti il cammino di avvicinamento è stato piuttosto inquietante: una roboante vittoria contro la piccola Russia (che nel rugby non è proprio una potenza), tre brutte sconfitte contro Irlanda, Inghilterra e Francia. Che poi è esattamente il copione che potrebbe ripetersi anche al Mondiale in Giappone. Se andrà come da pronostico, sarà l’ennesimo fallimento. Stavolta prevedibile, per certi versi anche incolpevole, ma pur sempre fallimento.

Twitter: @lVendemiale

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