In Iran, il 2018 era stato un anno segnato da un numero senza precedenti di scioperi e manifestazioni per rivendicare migliori condizioni di lavoro e per protestare contro i ritardi o i mancati versamenti dei salari. La repressione delle proteste era stata feroce: almeno 467 lavoratori arrestati (tra cui 278 camionisti e 23 insegnanti), decine di condanne a pena detentiva e migliaia di frustate come pena accessoria. Il pugno di ferro prosegue ancora.

Il 7 settembre la sezione 28 del Tribunale rivoluzionario di Teheran ha emesso sette condanne nei confronti di tre organizzatori delle proteste dello scorso novembre allo zuccherificio Haft Tappeh della provincia del Khuzestan e di quattro giornalisti che le avevano seguite. Esmail Bakhshi, arrestato il 20 gennaio, è stato condannato a 13 anni e mezzo di carcere e 74 frustate per “diffusione di menzogne”, “offesa alla Guida suprema” e “collusione con l’obiettivo di commettere reati contro la sicurezza nazionale”. Sepideh Gholian, arrestata insieme a Bakhshi, è stata condannata a 18 anni per “appartenenza a un gruppo avente lo scopo di attentare alla sicurezza nazionale”, “propaganda contro il sistema” e “diffusione di menzogne”.

Stessa pena, 18 anni, per Amirhossein Mohammadifard, Sanaz Alahyari, Amir Amirgholi e Asal Mohammadi, che insieme a Gholian avevano seguito gli scioperi per il portale online Gam. Ai sensi della procedura vigente in Iran, se un imputato è condannato per tre o più reati, sconterà la pena più alta delle tre inflitte. Dunque a Bakhshi verranno risparmiate le frustate mentre per gli altri cinque il periodo di carcere sarà di sette anni.

Nessuno sconto di pena invece per un altro attivista, Mohammad Khanifar, condannato a sei anni per “diffusione di propaganda contro il sistema” e “collusione con l’obiettivo di commettere reati contro la sicurezza nazionale”.

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