Sollievo, dopo l’ultimo – atteso – responso dell’oracolo Rousseau (lo strano animale mitologico, mezzo democrazia diretta e mezzo società commerciale): il “Conte bis” ha ottenuto via libera. Un bagno di realismo cui non fanno bene gli enfatismi politichesi di Nicola Zingaretti, con il suo “governo di legislatura” che dovrebbe recuperare il terreno perduto dall’Italia negli ultimi decenni, o i profetismi di Beppe Grillo; che per rimettere in riga Luigi di Maio e i suoi capricci torna a perdersi nei confusionismi futuribili tecno-entusiasti, dal grafene filosofale alle fogne riprogettate a due vie come i canali di evacuazione del corpo umano. Quando, a parte retoriche e teatralità d’avvio, buon senso ricorda che la nuova compagine nasce prima di tutto dalla grande paura del Matteo Salvini; poi risultato “guappo e’ cartone”, per dirla alla napoletana, “bauscia cagadubi” restando in zona Brianza. Grande paura che – tuttavia – registrava la facilità con cui i pochi mesi giallo-verdi avevano sdoganato gli umori più ferini e fetidi stagnanti nelle viscere del Paese.

Sano realismo vuole si tenga presente che il numero di priorità affrontabili sono limitate, seppure importantissime: una finanziaria che non massacri e riavvii crescita, una collocazione europea degna di uno Stato fondatore e un approccio più sensato al problema immigrazione. Alla faccia dei dieci-venti-venticinque punti di Luigi Di Maio in versione desiderante da libro dei sogni.

Il tutto poggiato su un personale politico che è quello che è; memori del vecchio detto sulle “rape che non possono dare sangue”. Ma le emergenze multiple impongono di fare di necessità virtù, sperando che il pericolo scampato dopo la grande paura salviniana e la forza delle cose incombenti, facciano essudare i vizi malsani delle forze contraenti: nel Pd l’antica vocazione al carrierismo politico e al tribalismo autolesionista di una nomenclatura tendente alla Casta; nei 5S il congenito infantilismo di un’eterna Alice che sogna il Paese delle Meraviglie, dove i problemi si risolvono con una trovata o un tweet.

Nel primo caso, un abito morale corroso dal cinismo, nell’altro una cultura politica a fumetti. L’incontro tra vecchiezza e puerilità come occasione per una felice fertilizzazione incrociata? Chi vivrà vedrà.

Garante dell’operazione rieducativa delle mentalità, mentre si ridà un senso all’agire politico, è la figura del premier. La cui metamorfosi da mediatore a leader ha dato la stura ai più svariati commenti. Quando l’accaduto è evidente: entrato in scena come figura di supporto, man mano ha acquisito sicurezza e identità; grazie allo spazio che le strategie dei due datori di lavoro avevano lasciato libero: la scena internazionale, in cui Giuseppe Conte ha potuto costruirsi un’immagine e portare a casa successi personali; a partire dalle due procedure di infrazione evitate. Quindi una risorsa preziosa, che giustamente si professa “terza”, in quanto maieutica.

Terza anche perché “altra” rispetto alla perdita di spinta ideale degli uni e il velleitarismo degli altri. Una figura in cui – forse – si intravvedono i lasciti di un’antica tradizione storico-giuridica meridionale che sognava Europa – da Francesco Saverio Nitti a Gaetano Salvemini – liberal-democratica in senso lato. Stupisce – al riguardo – l’ostilità sottotraccia dell’organo di stampa il cui fondatore se ne è sempre professato propugnatore: la Repubblica del calabrese/pannunziano Eugenio Scalfari.

Ieri sera su La7 il nuovo direttore Carlo Verdelli ci andava prudente. Ma sempre abbassando il ruolo di Conte; sminuito dal presunto ritorno carismatico di Grillo. Più esplicito lo era stata venerdì scorso una firma di punta del quotidiano come Massimo Giannini (penna che chi scrive apprezza sempre per qualità di analisi e scrittura, magari dimenticandone i trascorsi giovanili da giornalista all’orecchio di D’Alema). La sprezzante descrizione di una metamorfosi da “vacuo avvocato del popolo” a “Grande Statista pret-a-porter” nel definito “leguleio di Volturara Appula” è il rimpianto del mancato scenario auspicato a lungo dalla testata? Un successo della Lega nella (ipotetica) certezza di un successivo ritorno al governo dell’amato post-PCI. Dopo un quinquennio in cui si sarebbe scassato tutto, rinnovo della presidenza della Repubblica compresa, eppure utile a consolidare il ruolo di unica alternativa in campo del vecchio, caro, inossidabile, inemendabile Pd. La frequentazione preferita dagli scalfariani post-togliattiani.

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