La nottata di Amatrice, nel terzo anniversario del terremoto che ha scosso il Centro Italia, ha riunito gli abitanti dei paesi colpiti. Le 600 persone accorse hanno preso parte alla veglia di preghiera, iniziata alle 1.30 del mattino al palazzetto dello Sport, per poi continuare con una fiaccolata per le strade del paese in provincia di Rieti. I rintocchi delle campane hanno dato il via a una cerimonia caratterizzata da una forte commozione, tanto che al termine della marcia, alle 4, un ragazzo, probabilmente a causa della troppa tensione, ha accusato un malore, è svenuto e si è accasciato sul marciapiede battendo la testa prima di essere soccorso dal personale medico. “Chiediamo a tutti perdono per le parole false vuote prive di significato che abbiamo detto e ascoltato”, ha detto il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, in apertura della Messa che si è celebrata in mattinata al palazzetto dello sport di Amatrice.

L’unico amministratore presente alla fiaccolata della notte è l’ex sindaco e oggi consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Sergio Pirozzi. In mattinata, invece, è arrivato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ha parlato anche in qualità di segretario dem: “Serve una nuova fase politica, che sia in discontinuità con un’esperienza, quella degli ultimi 15 mesi, che numeri alla mano non può certo essere considerata positiva”, ha detto, quasi assecondando il grido di dolore delle popolazioni locali. “In questi tre anni abbiamo continuato a gridare, che è una cosa diversa dalla rabbia. Il grido è una forma di espressione di se stessi a dispetto della condizione che ci circonda. Perciò, finché c’è gente che grida, questo è un segno di speranza”, ha detto ancora monsignor Domenico Pompili, parlando ai circa 600 cittadini presenti. La cerimonia si è conclusa davanti a quel che resta della chiesa di Sant’Agostino, dopo aver sfilato per la prima volta lungo la ex ‘zona rossa’, in corso Umberto I.

Pompili ha ricordato alla popolazione che “c’è bisogno della fiducia degli uni verso gli altri, occorre un sussulto di generosità, non si riprende il cammino senza sperimentare una fiducia reciproca”: “In questi anni dobbiamo dire che c’è stato un momento magico, in cui ci siamo ritrovati a mangiare insieme sulle stesse tavolate sotto a un tendone. Come tirati fuori dalle nostre paratie stagne, ci siamo ritrovati costretti a vivere di fiducia l’uno verso l’altro“. Ma successivamente ha aggiunto: “È accaduto che questa fiducia quasi istintiva ha ceduto il passo all’atteggiamento abituale fatto di sospetto, di pregiudizio. Mentre è decisiva la fiducia se si vuole riprendere il cammino. C’è una sottile correlazione tra la caduta della fiducia reciproca e la caduta della fede perché le due cose vengono insieme”.

Anche don Fabrizio Borrello, direttore della Caritas Diocesana di Rieti, ha raccontato all’Adnkronos che, con il passare degli anni, con il permanere delle difficoltà, la solidarietà sta lasciando spazio al pessimismo: “Se all’inizio c’era una voglia, una speranza a cui aggrapparsi che era quella di veder ripartire questa terra, a distanza di tre anni il sentimento si sta trasformando in rabbia in qualche caso, in disillusione in altri, a causa dei ritardi nella ripartenza”, ha spiegato. “Noi cerchiamo di mantenere viva la voglia di ricostruire delle persone – ha poi aggiunto – anche attraverso le progettualità che abbiamo come Caritas, come il grande progetto di ricostruzione della Casa del futuro al Don Minozzi, che nasceva come orfanotrofio. Ma qui non c’è niente, i cantieri non sono ripartiti“.

Anche don Savino D’Amelio, ex parroco di Amatrice, ha ritrovato il paese diverso rispetto a tre anni fa, quando anche lui si è ritrovato nel cuore dell’emergenza: “C’è sconcerto tra la popolazione di Amatrice, malumore sopratutto – ha detto – Perché oltre a montare le casette lo Stato non ha fatto nulla e ogni giorno che passa la comunità si sgretola sempre di più”. Poi ricorda i momenti del terremoto: “La notte del sisma ero nella casa di riposo, dove abitavo con 27 anziani. Ci siamo salvati tutti, è partito il gruppo elettrogeno e poi siamo scesi tutti in strada. Non avevo idea di quello che fosse successo finché non ho visto la recinzione dell’istituto divelta come un fuscello di paglia, era in mezzo alla strada. Più avanti il primo condomino spaccato a metà in via Manozzi. Poi sono arrivato davanti alla chiesa e ho visto estrarre dalle macerie la prima vittima”.

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