Il dato empirico ne ha dato ancora una volta conferma: “l’effetto poltrona” tende a modificare il profilo di chi assume una carica, che non sarà più quello di prima. In peggio come in meglio.

Confesso di non aver apprezzato gli inizi di Giuseppe Conte, premier “di servizio”, quando nel suo primo discorso parlamentare si faceva scoprire a chiedere permesso allo sponsor/controller Luigi Di Maio se fare o meno un’affermazione. Prima ancora per le smarronate biografiche, dal curriculum taroccato al ruolo societario millantato nello studio legale di Guido Alpa. L’imbarazzante ostentazione di una primitiva religiosità contadina simboleggiata dall’immaginetta di Padre Pio.

Però, gradatamente, il succitato “effetto poltrona” ha innestato un’evoluzione verso il meglio, che ha raggiunto l’acme nell’intervento al Senato di ieri. In cui si è stagliata una sorprendente diversità antropologica rispetto all’Aula, ben al di sotto del livello comportamentale a misura del momento politico e – soprattutto – ai suoi antagonisti retorici: la civiltà delle buone maniere contrapposta alla rozzezza, presunta postmoderna e in effetti regressiva, dei Mattei in carriera, Salvini e Renzi.

Un’educazione formale che è sostanza senza essere condiscendenza, visto che l’intervento dell’ormai ex premier ha raggiunto in quell’Aula punte di durezza inaudite da decenni; da quando la politica si è ridotta a star system (il format del talk televisivo), la comunicazione ha soppiantato l’argomentazione e i suoi interpreti hanno pensato che la via del successo personale fosse quella di adottare stili in linea con l’involgarimento sdoganato delle suburre nazionali. L’inadeguatezza come ostentazione soddisfatta di arrampicate individuali ai piani alti del Palazzo: la neo-borghesia cafona, con tutta le zavorre plebee che si porta appresso. Come ne davano testimonianza le risposte in Senato: il discorso senza capo né coda dell’ex comandante leghista, ridotto a scolaretto che la maestra scopre impreparato, il comizietto a battute e giochini di parole del blairino rignanese, che vorrebbe aggirare con l’invadenza l’inevitabile viale del tramonto a cui è destinato.

Un contrasto stridente con la lezione del Conte, a parte qualche sbavatura (il pistolotto in politichese programmatico alla fine delle comunicazioni iniziali, l’avvio a volo basso della replica): in sostanza l’apparizione tra bulli e imbonitori da sagra paesana dell’antica e nobile figura – data per dispersa – della civiltà borghese. La condivisione di modi che in quell’Aula, oggi occupata da tamarri e damazze (da Maria Elena Boschi in bikini a Daniela Santanché in sguaiatezze), furono di Piero Calamandrei e prima ancora di Filippo Turati; colui che all’entrata nell’emiciclo di Pietro Chiesa, primo operaio eletto al regio Parlamento, si alzò in piedi e si tolse il cappello: “saluto il lavoro”. O gran bontà dei cavalieri antichi!

Ed è normale la perplessità della platea politicante davanti a una tale anormalità. È normale che Nicola Zingaretti si aggrappi al repertorio da soldato giapponese rintanato nel catechismo di partiti estinti, parlando di nuovi organigrammi per fantasmagorici governi di legislatura. È normale che le penne da establishment – sul lato destro Paolo Del Debbio, su quello sinistro Lucia Annunziata – storcano il naso davanti a una performance oratoria per loro irrituale. È perfino normale che il Savonarola in servizio permanente, Roberto Saviano, scagli i suoi strali da copione.

Il fatto è che ieri pomeriggio abbiamo visto materializzarsi un’idea di politica di cui si pensava si fossero perse le tracce.

È molto probabile che la palude cinica e miserrima riuscirà a sommergere con la sua fanghiglia questo ritorno allo stile basilare per una democrazia e una vita pubblica degne del loro nome. Resta la speranza che così non sia. Che la buona moneta possa scacciare la cattiva. Quella dei tweet insultanti, delle furbate con le gambe corte.

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