Il Kashmir è isolato. A 24 ore dall’annuncio del governo guidato da Narendra Modi della cancellazione dell’autonomia dello stato conteso da India e Pakistan, attraverso l’abrogazione degli articoli 370 e 35A della Costituzione, tutte le comunicazioni da e per la regione sono sospese, con il coprifuoco che è tuttora in vigore. Il blackout totale imposto da domenica notte su Internet, linee fisse e mobili, rende impossibile sapere che cosa stia accadendo nelle varie province della regione, mentre cresce la tensione tra Nuova Delhi e Islamabad, con tre leader politici del Jammu e Kashmir che sono stati arrestati dall’esecutivo indiano in previsione del blackout di ieri. Si tratta degli ex chief executive del Jammu e Kashmir, Mehbooba Mufti e Omar Abdullah, e del leader del partito regionale Conferenza del Popolo, Sajad Lone. I tre sono stati confinati agli arresti domiciliari già nel fine settimana e lunedì sono stati trasferiti in una “residenza” del governo.

Tocca adesso alla Corte Suprema indiana valutare la costituzionalità del provvedimento sullo status della regione a cavallo tra India e Pakistan: il decreto, in pratica, trasforma lo stato e lo smembra in due Unioni Territoriali, sorta di province sottoposte al diretto controllo del governo centrale. La discussione, però, è già arrivata in Parlamento, con l’opposizione indiana alla Lok Sabha, la Camera Bassa, che si spacca sulla decisione del governo, con il Partito del Congresso Nazionalista che resta solo a dirsi contrario alla misura dell’esecutivo di Narendra Modi.

Il Pakistan, intanto, ha fatto sapere che non permetterà che il Kashmir indiano venga privato delle sue prerogative, anche a costo di scatenare una nuova guerra con l’India, una possibilità che tutti, anche a livello internazionale, vogliono evitare, visto che si tratta di due Paesi che possono vantare un arsenale atomico. Il Comando Generale dell’Esercito pachistano si è riunito questa mattina per discutere la questione. In un tweet pubblicato dal proprio account ufficiale, il generale Asif Ghafoor, portavoce dei militari, ha reso noto il pieno sostegno dell’esercito pachistano alla regione: “L’esercito pachistano ribadisce che appoggerà i kashmiri nella loro battaglia fino alla fine – si legge – Siamo pronti e ci spingeremo all’estremo per rispettare i nostri impegni a questo proposito”.

Il primo ministro di Islamabad, Imran Khan, ha invece dichiarato di non essere troppo sorpreso dalla mossa del suo omologo indiano: “Quello che è successo ieri ha solo confermato i miei sospetti – ha dichiarato nel suo discorso alla sessione straordinaria del Parlamento – Non è stata una decisione presa di punto in bianco. Faceva parte del loro manifesto elettorale da sempre. È, in effetti, radicata nella loro ideologia che mette gli indù al di sopra di tutte le altre religioni e cerca di stabilire uno stato che reprime tutti gli altri gruppi religiosi”. Durante il suo governo, “presto mi sono reso conto che l’India non era interessata a parlare con noi”, ha continuato il premier secondo quanto riportato dal sito del quotidiano pakistano Dawn, “hanno preso le nostre aperture per la pace come debolezza, quindi abbiamo smesso di estendere le offerte per tenere colloqui”.

Se l’India non dovesse cambiare la sua posizione, ha detto poi il premier, il Pakistan è pronto alla guerra. “Temo che possano iniziare la pulizia etnica in Kashmir per spazzare via la popolazione locale – ha detto Khan – Ci attaccheranno e noi risponderemo e la guerra potrebbe andare in entrambe le direzioni. Nessuno la vincerà e avrà gravi conseguenze per il mondo intero“. “Voglio chiarire – ha poi aggiunto – che combatteremo in ogni luogo, anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Se il mondo non agirà oggi, se il mondo sviluppato non applica le sue stesse leggi, allora la questione arriverà a un punto di cui non saremo responsabili”.

Durante la sessione straordinaria del Parlamento, convocata lunedì dal presidente Arif Alvi per decidere come procedere rispetto all’annuncio dell’India, il ministro pakistano per gli Affari parlamentari, Azam Khan Swati, ha emesso una risoluzione di condanna. Presenti in Parlamento anche il ministro dei Diritti umani, Shireen Mazari, il ministro della Scienza e della Tecnologia, Fawad Chaudhry, il ministro delle Ferrovie, Sheikh Rasheed, il leader dell’opposizione nell’assemblea nazionale, Shehbaz Sharif. Presente anche il primo ministro del Kashmir, Raja Farooq Haider.

“Stiamo monitorando da vicino gli sviluppi in Kashmir. È importante evitare un’ulteriore escalation nella Regione”, ha dichiarato un portavoce della Commissione europea, tra gli attori intervenuti per invitare le parti alla calma ed evitare una nuova escalation in una delle guerre più durature degli ultimi secoli. “Inaccettabile”, secondo quanto scritto in una nota dal ministro degli Esteri cinese, il comportamento di Nuova Delhi: “L’India ha continuato a minare la sovranità territoriale della Cina modificando unilateralmente la sua legge nazionale”, si legge.

Ma nel Paese musulmano sono già esplose le proteste di piazza nelle principali città. Manifestazioni a Islamabad, Karachi e Muzaffarabad, la capitale della regione del Kashmir amministrata dal Pakistan, dove i manifestanti hanno bruciato fotografie del primo ministro indiano, Narendra Modi, cantando “abbasso l’India”. Altre manifestazioni sono in programma in altre città.

Sin dalla sua creazione, nel 1947, la regione, i cui abitanti sono a maggioranza musulmana, è stata contesa tra India e Pakistan, che ne controlla un terzo del territorio. Da allora i due paesi hanno combattuto tre guerre, rivendicandone la totale sovranità. Il controllo di questo angolo di territorio ai piedi dell’Himalaya ha una valenza non solo politica, ma anche strategica per entrambi i Paesi: per l’India rappresenta l’unico ostacolo alla formazione di un collegamento diretto tra Nuova Delhi e i Paesi dell’Asia Centrale senza essere costretti a passare dal Pakistan o dallo Xinjiang cinese, mentre per Islamabad è un’area fondamentale per il controllo dei corsi d’acqua che soddisfano gran parte del fabbisogno dell’intera nazione, visto che proprio da lì passano i tre principali affluenti dell’Indo.

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