Per la prima volta in oltre un decennio la Cina oggi ha permesso che sul mercato dei cambi la sua valuta – il renminbi – calasse sotto la “soglia psicologica” di 7 dollari. Negli scambi sul mercato valutario la moneta cinese è passata così a 7,04 dollari, con un calo del 2,3% rispetto ai 6,88 dollari del 31 luglio, e a 7,86 euro, in calo addirittura del 3,1% rispetto al cambio di 7,62 euro del 31 luglio. Una variazione così repentina del valore del renminbi, il cui cambio è manovrato dal Governo di Pechino attraverso operazioni dirette, è un segnale evidente della volontà della Cina di sostenere la propria economia manifatturiera riducendo, grazie alla svalutazione, l’impatto causato ai prezzi dei propri prodotti dal nuovo aumento delle tariffe doganali, annunciato dagli Stati Uniti proprio contro le importazioni di merci cinesi.

Immediate le reazioni Usa: per Trump è una “grave violazione”

La reazione del Governo di Washington alla svalutazione del renminbi decisa da Pechino non si è fatta attendere. Il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato che il calo repentino del valore del renminbi è considerata una “grave violazione” degli accordi commerciali tra Stati Uniti e Cina e ha accusato il Governo di Pechino di manipolare scorrettamente la propria valuta per rispondere alle politiche commerciali e tariffarie degli Usa. L’indebolimento così rapido del renminbi, secondo molti osservatori, non ha effetti solo sui mercati finanziari ma è destinato soprattutto ad aumentare l’incertezza sull’esito delle trattative commerciali tra Stati Uniti e Cina, che non sono destinate a riprendere fino a dopo l’entrata in vigore dell’escalation tariffaria decisa da Washington, che scatterà dal primo settembre.

I contraccolpi sulle obbligazioni denominate in renminbi

Oltre al sostegno della domanda di prodotti cinesi all’estero, la svalutazione competitiva del renminbi ha anche altri effetti sul sistema finanziario. Uno dei primi contraccolpi al calo della moneta cinese è il calo del valore dei “Panda bond“, il soprannome dato alle obbligazioni emesse in renminbi nel mercato finanziario interno cinese da società emittenti non cinesi o da società cinesi quotate all’estero. Per legge, i fondi raccolti in Cina dalle “obbligazioni Panda” devono restare impiegati in Cina. Il mercato obbligazionario cinese è diviso così in tre segmenti: il mercato estero di titoli denominati in dollari; il mercato di “Panda bond”, che resta però poco liquido, e il mercato interno da 11.900 miliardi di dollari, che le autorità cinesi desiderano aprire ulteriormente agli investitori internazionali approvati ufficialmente. I primi due “Panda bond” sono stati emessi a ottobre 2005 dalla International Finance Corporation e dalla Asian Development Bank. L’emissione di Panda bond si è diffusa in molti Paesi grazie a due fattori: il primo è stato il boom del mercato obbligazionario interno cinese negli ultimi dieci anni, il secondo è stata proprio l’iniziativa di Pechino per la nuova via della Seta. Da poco meno di 2mila miliardi di dollari di obbligazioni in circolazione nel 2007, il mercato obbligazionario cinese è diventato il terzo maggiore al mondo con circa 11.900 miliardi di dollari di obbligazioni in circolazione al 30 giugno 2018. Il significativo aumento dell’emissione di “Panda bond” nel triennio 2015-2018 è stato in parte guidato dai regolatori cinesi, desiderosi di attrarre un numero maggiore di emittenti stranieri sul loro mercato obbligazionario interno. A metà dello scorso anno, secondo un rapporto di Kpmg, erano in circolazione 143 “Panda bond” per un valore di 40,6 miliardi di dollari. A giugno 2016, la Bank of China ha firmato un memorandum d’intesa sull’emissione di “Panda bond” con la Polonia, primo governo europeo ad emettere tali obbligazioni, nell’ambito degli accordi sulla nuova Via della Seta. Tra gli ultimi emittenti di “Panda bond” vi sono il Portogallo, che il 30 maggio ha emesso una obbligazione da 2 miliardi di renminbi (250 milioni di euro circa al cambio attuale), la Maybank della Malesia (20 giugno, 2 miliardi di renminbi), BMW Finance (veicolo olandese della casa automobilistica tedesca, 10 luglio, 3,5 miliardi di renminbi, 450 milioni di euro), la cinese Semiconductor Manufacturing International Corp (Smic) (24 luglio, 2 miliardi di renminbi, 250 milioni di euro) e infine, il 31 luglio, l’italiana Cassa depositi e Prestiti.

L’emissione di “Panda bond” di Cassa depositi e prestiti

Il 20 marzo scorso, durante la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping, il Governo Conte si era detto pronto a emettere “Panda bond” attraverso Cassa depositi e prestiti (Cdp), la società del Tesoro che è primo azionista di Poste Italiane. L’emissione, del valore nominale di 1 miliardo di Renminbi (equivalenti a circa 131 milioni di euro al momento dell’emissione), fa parte del piano di emissioni 2019 renminbi bonds per un ammontare massimo di 5 miliardi autorizzato dalla Banca del popolo cinese, ha una durata triennale (scadenza agosto 2022) con cedola annuale fissa del 4,50% fissa, prezzo pari a 100, non subordinata e non assistita da garanzie. Le risorse finanziarie derivanti dall’emissione del “Panda bond” di Cdp verranno utilizzate per finanziare – sia direttamente sia attraverso succursali cinesi di banche italiane o attraverso banche cinesi – succursali o controllate di società italiane costituite in Cina, per sostenerne la crescita. Rispetto ai 131 milioni di euro raccolti il 31 luglio, l’emissione di “Panda bond” di Cdp al 5 agosto vale però 127 milioni, con una svalutazione del 3,1% causata dal calo del cambio del renminbi. Ciò significa che se il cambio del renminbi restasse a questo livello sull’euro, al momento del rimborso Cdp risparmierebbe 4 milioni di euro circa.

Gli altri effetti sul mercato finanziario

Il calo del valore del renminbi colpisce però anche altri strumenti finanziari. Sul mercato obbligazionario, in Italia a oggi è quotata una sola emissione in renminbi: si tratta di un bond quinquennale emesso alla pari il 12 luglio 2016 della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (gruppo Banca mondiale), codice Isin XS1442211923, quotato all’EuroMot di Borsa Italiana. Il corso del titolo nelle ultime due sedute ha perso il 2% circa ed è sceso sotto la parità a 99,4. Altri effetti si hanno nel settore dei fondi comuni, con gli strumenti finanziari specializzati nei titoli cinesi (diffusi negli scorsi anni anche tra i risparmiatori italiani, in cerca dei rendimenti garantiti dalla crescita economica dell’ex “Celeste Impero”) che, se non si coprono dal rischio di cambio, in queste ore stanno vedendo le loro quote segnare un calo per il mero effetto della svalutazione della moneta cinese. Il tutto, in caso di liquidazione a questi prezzi, si traduce in una perdita netta per i risparmiatori che hanno sottoscritto quote di questi strumenti.

Ma la moneta cinese resta ancora marginale a livello globale

Secondo un rapporto di giugno della Banca centrale europea, l’uso sui mercati internazionali del renminbi cinese ha riacquistato una certa forza nel 2018 dopo il lancio di numerose iniziative da parte del Governo di Pechino per aumentare il suo status globale. Tuttavia, l’utilizzo del renminbi rimane sostanzialmente al di sotto dei livelli di picco del 2015. Un valido indicatore dell’internazionalizzazione del renminbi è il suo ruolo nei pagamenti internazionali. I dati del sistema di transazioni internazionali Swift, spiega la Bce, mostrano che la quota media del renminbi nei pagamenti internazionali è calata dal 2,2% nel 2015 all’1,8% circa nel 2018, sebbene quella cinese rimanga la quinta valuta più utilizzata nei pagamenti internazionali. Un indice composito del ruolo globale del renminbi suggerisce che è il suo peso globale si è ridotto nel 2018 rispetto al 2015 subito dopo che il renminbi è stato incluso nel paniere dei diritti speciali di prelievo. L’uso del renminbi come valuta di denominazione per obbligazioni e nelle riserve internazionali è invece aumentato notevolmente nel 2018 ma a meno del 2% a livello globale. In termini di quota nei portafogli di riserve estere globali, il valore degli stock di bond e passività internazionali resta nel complesso piccolo. Tra le iniziative cinesi per favorire l’uso internazionale del renminbi vi sono numerosi progetti avviati nel biennio 2017-2018 sotto l’egida della Belt and Road Initiative (la “nuova via della Seta”). Lo Shanghai International Energy Trading Center ha lanciato un contratto future sul petrolio denominato in renminbi nel 2018 che mira a diventare il riferimento nella regione Asia-Pacifico. In pochi mesi, gli scambi del future petrolifero in renminbi hanno raggiunto livelli non troppo lontani da quelli dei contratti benchmark come Wti (Usa) o Brent (Europa), mentre sono allo studio anche piani per creare prodotti finanziari negoziati direttamente in renminbi. L’espansione del settore bancario cinese – che dal 2016 ha attività totali superiori a quelle delle banche europee – in particolare attraverso il finanziamento del commercio con le economie in via di sviluppo è stato un altro fattore alla base dell’aumento dell’interesse globale per la moneta cinese. Secondo la Bce, “solo il tempo dirà se queste misure riusciranno ad aumentare l’attrattiva globale del renminbi. Ma perché il renminbi raggiunga il suo pieno potenziale globale”, secondo la Banca centrale europea, “restano da realizzare altre importanti riforme, come l’apertura del mercato dei capitali cinese e la determinazione del cambio basata sugli scambi di mercato”.

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