La speranza è ancora viva, perché, rivendicano, “silenzio non vuol dire morte“. Ma, a sei anni dal sequestro di Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita romano fondatore del monastero siriano di Mar Musa e simbolo del dialogo tra cristiani e musulmani, scomparso in Siria il 29 luglio 2013, la famiglia rivendica maggiore “trasparenza” dalle istituzioni. “Da sei anni non riusciamo a sapere cosa sia accaduto a nostro fratello. Un uomo che è sacerdote gesuita, cittadino italiano. È vero che in Siria c’è la guerra, ma Raqqa è stata ormai liberata dall’Isis e ora è occupata dagli alleati della Nato”, ha rivendicato Francesca Dall’Oglio, sorella di Paolo Dall’Oglio, ricordando la vicenda del padre, rapito da un gruppo di miliziani nella città che sarebbe poi diventata la capitale del Califfato islamico di Siria e Iraq. In conferenza stampa, accanto al fratello Giovanni e alla sorella Immacolata, Francesca ha denunciato il mistero sulla sorte del missionario, oltre che i vuoti nelle indagini. Perché, spiega, manca “una percezione reale e con riscontri, che certifichi che un lavoro di inchiesta per trovare Paolo Dall’Oglio sia stato fatto”. Né possono bastare le parole di vicinanza ricevute dall’Unità di crisi e dai “quattro governi che in questi sei anni si sono succeduti in Italia”.

L’appello della famiglia è quello di “più trasparenza e coordinamento” nel lavoro degli inquirenti italiani, considerate le voci diverse e spesso discordanti che sono circolate sulla sorte di padre Paolo. Alcune indiscrezioni, poi smentite, come ha ricordato la famiglia, hanno parlato della morte del padre gesuita a Raqqa. Ma la famiglia è convinta e ritiene che Padre Paolo sia ancora vivo, ricordando anche quanto fatto circolare da alcuni combattenti curdi lo scorso aprile, in occasione della sconfitta di una delle ultime cellule di Daesh nell’area di Baghouz. “Prove di vita o di morte non ce ne sono, quindi la speranza è legittima. Noi ci crediamo ancora”, ha rivendicato il fratello Giovanni.

“Dalla Farnesina nessuna notizia, mai abbiamo avuto notizie ufficiali. E per noi questo vuoto pesa”, hanno spiegato Giovanni e Francesca Dall’Oglio.
Non è un caso così che la stessa sorella parli ora di “fiducia minata”, ricordando anche la questione relativa alla riconsegna ai famigliari della valigia di Paolo avvenuta solo nel 2017, a diversi anni di distanza da quando i servizi segreti italiani ne erano entrati in possesso. “Vogliamo trasparenza, in modo da allontanare la percezione che Paolo in realtà sia oggetto di interessi politici contrastanti, non necessariamente solo italiani”. In merito ai cinque milioni di dollari annunciati dal dipartimento di Stato americano a chi darà notizie su Dall’Oglio e altri quattro religiosi sequestrati, la sorella ha spiegato di non saperne nulla, ma come l’annuncio “dimostri che qualcosa si muove, per contrastare tutto questo silenzio”.

Ma il caso di Padre Paolo non è l’unico. Così la famiglia del padre gesuita ha anche fatto un appello per le migliaia di persone scomparse dal 2011, sequestrate, imprigionate o uccise dai gruppi armati così come dal regime siriano. Tutto mentre in Siria la guerra non cessa ormai da otto anni. “La famiglia Dall’Oglio ha tutto il diritto di chiedere se in questi sei anni è stato fatto tutto il possibile per ritrovare Paolo. A Raqqa da un anno e mezzo si può entrare: le condizioni per andare a indagare ci sono”, ha sottolineato pure Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, presente alla conferenza. E convinto che per la Siria non potrà esserci un futuro se non si risolverà il dramma degli scomparsi: “Le sparizioni creano un tempo sospeso, la dimensione peggiore che le famiglie possano vivere. Non si può pensare al domani se così tante famiglie non hanno alcuna notizia dei propri parenti”

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