Sono stati identificati otto marcatori genetici significativi per l’anoressia nervosa. Più di 200 scienziati di 27 centri di ricerca in Nord America, Europa e Australia, hanno eseguito l’analisi genomica del Dna di quasi 17.000 pazienti con questa patologia, messi a confronto con più di 55mila soggetti sani (campioni di controllo): si tratta del più ampio studio sull’anoressia nervosa noto fino ad oggi. Lo studio è stato pubblicato su Nature Genomics.

I ricercatori dell’Università di Firenze che hanno partecipato allo studio collaborativo del Consorzio di genomica psichiatrica – questo il nome del network mondiale – sono Benedetta Nacmias e Sandro Sorbi (del Dipartimento Neurofarba) insieme a Valdo Ricca (Dipartimento di Scienze della Salute). Per l’Italia, oltre a Firenze, hanno contribuito ricercatori degli atenei di Padova, Perugia, Pisa, Campania e Salerno. A capo del team internazionale Cynthia Bulik (University of North Carolina-Usa e Karolinska Institutet-Stockholm).“Lo studio, di eccezionale valore per la dimensione del campione analizzato, – spiegano Sandro Sorbi, direttore della Scuola di specializzazione in Neurologia dell’Università di Firenze, e Benedetta Nacmias, docente di Neurologia dell’Ateneo fiorentino – evidenzia che l’anoressia, malattia complessa e grave, ha radici sia psichiatriche che metaboliche. La scoperta di questi nuovi marcatori genetici ci aiuta a capire meglio la biologia di questa patologia”.

“L’indagine – dettaglia Valdo Ricca, direttore della Scuola di specializzazione Unifi in Psichiatria – ha permesso di scoprire che l’anoressia nervosa ha correlazioni genetiche con alcuni disturbi psichiatrici – come il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo depressivo maggiore – così come condivide con tali patologie i tratti metabolici e un’alterazione dell’attività fisica”. “I risultati dell’indagine approfondiscono ed estendono una precedente ricerca del 2017, pubblicata sull’American Journal of Psychiatry e suggeriscono che l’attenzione ad entrambi gli aspetti, metabolici e psichiatrici, della malattia può guidare trattamenti più efficaci nel futuro” commentano i ricercatori dell’Università di Firenze.

L’abstract su Nature

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