Io al Pride, quest’anno, non ci vado. Lo so, si tratta del Pride di New York, il World Pride del 50esimo anniversario della rivolta di Stonewall. Non ho mai saltato un Pride, anzi se possibile ho preso aerei per andare a Pride ben meno noti, e ora che vivo nell’East Coast rinuncio a un così grande evento?

Il fatto è che l’arcobaleno, qui negli Stati Uniti, mi ha stancato. È dappertutto. Sulle magliette più tamarre che ci si possa immaginare. Nei loghi di aziende che sfruttano lavoratori o che lo ripongono nell’armadio prima di trattare con governi repressivi. In quegli slogan melensi come Love is love. Nei sorrisi di coppiette bianche, ricche, giovani, atletiche e sorridenti, scelte dalle campagne di comunicazione che puntano a suscitare empatia e tenerezza verso i gay.

E dietro questo riverbero di arcobaleni la tacita compiacenza di chi si ritiene dalla parte giusta e pensa che ormai la battaglia sia vinta, l’America sia la terra della libertà e Mayor Pete Buttigieg il suo profeta.

Quanta cecità di fronte alle questioni irrisolte! Alle discriminazioni razziali che separano gli Stati Uniti in due sfere incapaci di comunicazione se non attraverso la sacrosanta rabbia, da un lato, e la repressione dall’altro, o quando va bene la carità pelosa offerta dagli attivisti progressisti che fanno il fioretto di rinunciare all'”appropriazione culturale”. Cecità di fronte al problema del costo delle case, che colpisce senzatetto poveri, molto spesso di colore, e spesso gay, lesbiche, bisex o transgender. Cecità di fronte ai diritti dei gay non come coppie ma come individui e come lavoratori. L’importante è potersi permettere una famiglia favolosa e l’istruzione per i bambini. Le lamentele degli altri potrebbero turbare la nostra colazione alla Mulino Bianco.

Ma il nostro arcobaleno non è questo. È la celebrazione di chi non si fa intimidire, afferma se stesso liberamente dalle convenzioni borghesi, sputa in faccia a chi gli impone o (peggio) suggerisce come essere e come vestirsi. Il nostro arcobaleno è il simbolo di unione di chi, con esperienze e bagagli di discriminazione diversi, si riconosce in una stessa umanità e lotta per se stesso e per gli altri.

L’arcobaleno delle corporation è il punto che conclude una frase bella: “L’amore è amore. Bene, l’abbiamo detto, ora torna a comprare il nostro prodotto, abbonarti al nostro servizio, votare il nostro partito“. Il nostro arcobaleno è una virgola: aggiunge costantemente gruppi e persone, li include in un discorso politico più grande, unisce chi è ai margini e gli ricorda che in quanto essere umano ha potere. il nostro arcobaleno dà quella forza e quel coraggio che sono serviti a non farci intimidire dalla polizia dello Stonewall Inn 50 anni fa e ci hanno fatto ribellare a leggi ingiuste. 

Il loro arcobaleno rassicura. Il nostro non sempre e non necessariamente, perché la nostra esistenza, la nostra identità e il nostro erotismo non devono chiedere permessi.

Allora quest’anno, anche se con un pizzico di dispiacere, il World Pride di New York lo lascio da parte e me lo farò raccontare. Eviterò la parata delle multinazionali. Il nostro arcobaleno, per citare quello che dovrebbe essere un inno, splende più giù, “fra stracci e amore”.

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