Il management di Mediaset ha giustificato lo spostamento in Olanda della sede legale del nuovo gruppo (MFE, Media for Europe) anche per “potersi difendere meglio” (presumiamo dalla competizione globale); la Rai si dovrebbe spostare da Roma, andare a Milano o in un’altra località comunque lontana dalla capitale, per potersi “meglio difendere dalla politica”. La Rai nacque a Torino e se fosse rimasta in quella città la sua storia avrebbe conosciuto un altro percorso, probabilmente migliore. Google Maps segnala che la distanza fra la sede della Rai di viale Mazzini e Palazzo Chigi è di 2,6Km (che si possono fare a piedi in 33 minuti), ma quella distanza cambia secondo il tipo di relazione che intercorre fra gli inquilini dei due palazzi.

Vi sono stati casi in cui il vertice della Rai è stato capace a rimarcare la propria autonomia, altri in cui alla dialettica si è sostituita la subordinazione. Vi sono stati casi in cui i leader politici erano più interessati a far parlare i fatti della propria azione di governo piuttosto che comunicare di continuo le proprie posizioni, scelta, quest’ultima, privilegiata da altri. Il fatto che le nomine del vertice Rai e che la decisione sull’entità dei ricavi annuali da canone da destinare al servizio pubblico siano decisi dal governo, ha reso obiettivamente meno autonoma l’azienda pubblica.

Il rapporto fra la Rai e la politica è un problema che si trascina da decenni ed è ancora irrisolto, non è pensabile che ci si debba affidare alle buone intenzioni dei protagonisti, per cui sarebbe necessario trovare una soluzione sulla governance per rendere più indipendente la Rai, sul piano editoriale ed anche su quello gestionale.

Una Rai schierata non è utile a nessuno!

Lo è ancor meno quando il clima politico è piuttosto acceso. Quando la Rai ripropone gli “spiriti guerrieri” dei nostri leader politici, in continua competizione (anche quando non c’è all’orizzonte alcun tipo di elezioni), rischia di esacerbare ancor più la dialettica politica; si privilegiano le sorti del proprio schieramento piuttosto che quelle del paese.

Il paese è diviso, territorialmente, economicamente, socialmente e culturalmente, e tale divisione si sta ampliando rendendo più spigolosa la convivenza sociale; in questo contesto, compito del servizio pubblico dovrebbe essere quello di “riunificare” il paese su valori condivisi, come quelli della coesione sociale, del rispetto degli altri, dell’aiuto ai bisognosi, della solidarietà fra diversi. La Rai con i suoi programmi dovrebbe aiutare il dialogo, non esasperare il confronto fra le persone. Davanti alla Tv pubblica ognuno dovrebbe ritrovare un po’ di serenità, d’altronde è per questo (banale) motivo che si guarda la Tv. Non si auspica una “Tv-didattica”, è giusto che la Rai sveli, con serie inchieste, il malaffare, è suo obbligo che faccia emergere il disagio degli emarginati, è corretto anche “portare il male in Tv” per conoscerlo meglio e “per combatterlo” (Carlo Freccero), sempreché sia ben chiaro quale sia il male, ma l’imprinting della sua programmazione dovrebbe concentrarsi sulla pacificazione sociale.

Si ricordi che una programmazione “ideologizzata” politicamente allontana il pubblico. Se da anni Il Commissario Montalbano o Don Matteo sono i programmi più visti ci sarà pure una ragione!

Domandiamoci ora se la Rai svolga questo ruolo di pacificazione; domandiamoci se quei 2,6 Km si siano “azzerati”. Se non fosse così, permarrebbero ancora le ragioni del servizio pubblico?

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