L’acronimo “U.S.S.A.” (Unione degli Stati Socialisti Americani) è solo una mia invenzione (a imitazione della vecchia e ormai scomparsa U.R.S.S., Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), è invece reale il titolo “The United States of Socialism?” usato dal New York Times per introdurre i lettori a meditare proprio su quei candidati e su quelle riforme che potranno cambiare radicalmente il panorama politico-economico non solo statunitense. E’ tuttavia un dibattito che non riguarda più soltanto il vecchio Bernie Sanders, rappresentante di una minoranza politica diretta erede delle lotte per i diritti di eguaglianza dei popoli e di emancipazione delle donne, avviate ai tempi di Martin Luther King (di cui Sanders è stato diretto seguace), ora c’è Trump, un repubblicano assai anomalo la cui ambizione supera qualunque possesso a cui può aspirare. Nemmeno lui può risolvere da solo l’insieme di problemi che sono diventati globali.

La globalizzazione, l’intelligenza artificiale, la computerizzazione e automazione di ogni lavoro, lo strapotere della finanza speculativa su tutto e tutti, richiedono cooperazione non decisionismo. Lui per risolverli non sta facendo proprio nulla, anzi li peggiora con dazi, guerre commerciali, alte mura ai confini, discriminazioni contro i popoli latini, misoginismo, ecc. Nonostante la grancassa mediatica con la quale accompagna ogni sua decisione non sembra tuttavia che l’illusione creata all’inizio possa durare. Il popolo solo in minoranza apprezza il suo modo di fare e comincia a capire che il bene dell’intera nazione è cosa diversa dal bene di pochi oligarchi che fanno grandi numeri ma li fanno sparire nei paradisi fiscali.

Specialmente i giovani, che escono dalle università con debiti che impiegheranno almeno metà della loro vita professionale per restituirli, sembrano decisamente più attratti dalle proposte che i nuovi demo-socialisti, americani e giovani come loro, stanno facendo rendendosi diretti protagonisti della prossima competizione, presidenziale o congressuale, con idee nuove, nuovi progetti e, naturalmente, un presidente nuovo del tutto diverso da quello attuale. Sarà dunque una nuova “rivoluzione studentesca” a dare il via alla nuova rivolta politica che rimetterà in equilibrio le cose?

Oggi appare ancor più inevitabile che quella degli anni 60, essendo ormai sparita la classe lavoratrice di massa, che ha pilotato, specialmente in Europa, lo sviluppo di un “Welfare State” che in America è ancora tutto da costruire. Lo ha capito, tra i primi negli Usa, il prof. David Bentley Hart, un religioso docente di critica culturale che ha scritto molti libri e insegnato in molte università. Nel suo articolo: “Can we please relax about ‘Socialism'”? (Possiamo per favore rilassarci parlando di “Socialismo”?) pubblicato recentemente sul New York Times, mette in evidenza la colpevole arretratezza del sistema socio-economico americano nei confronti praticamente di tutti gli altri paesi economicamente sviluppati. (Nda: a chi sa l’inglese consiglio di leggerlo tutto, per gli altri traduco qui di seguito qualche significativo brano).

Solo qui in America la parola Socialismo è intesa come se fosse una minaccia… In ogni altra libera società, con una economia di mercato funzionante, socialismo è un vocabolo normale che indica un modo di governare attento anche ai bisogni delle classi meno abbienti al fine di creare un welfare diffuso capace di diffondere prosperità ad ogni livello […] Io ho girato parecchi paesi del mondo sviluppato e posso dire le differenze del welfare che esistono in ciascuno di essi, la Germania, la Scandinavia, la Francia, la Gran Bretagna, l’Australia, il Canada, ecc…. Ognuno di questi paesi ha realizzato un Sistema Sanitario Nazionale con copertura universale. Nessuno viene rifiutato perché gravemente ammalato o perché in precedenza lo è stato; nessuno è costretto a scegliere se pagarsi le medicine o il cibo per nutrirsi; la gente riesce a risparmiare è non è come da noi in gran percentuale oberata dai debiti; le paghe recuperano periodicamente l’inflazione; ogni lavoratore gode ogni anno di confortevoli e retribuiti periodi di vacanza; il suicidio e la droga non sono il caratteristico stile di vita dei lavoratori poveri; i senza casa sono assolutamente rari; la cura dei pensionati è umana e caritatevole; le scuole sono immensamente più affrontabili delle nostre.

Evidentemente Mr. Hart non è aggiornatissimo sulla situazione del welfare-State europeo che, dopo la “Grande Recessione” del 2008, ha “limato” parecchio le coperture, ma ha perfettamente ragione a difendere il sistema distributivo del Welfare State. Gli americani però (ne ho diretta esperienza) solo in pochi sanno che tutte queste garanzie si possono davvero avere dallo Stato solo creando un sistema più equo di tassazione e distribuzione della ricchezza che essi stessi producono. I candidati del Democratic Party hanno finalmente deciso di mettere queste riforme nel loro programma.

Sostenere le giuste istanze del popolo invece che l’esosità senza fine dei miliardari biscazzieri (come quello che comanda a Washington) è, in fondo, in ogni democrazia un dovere di tutti i politici. Se riusciranno a essere suadenti (come la candidata Ocasio-Cortez) finalmente si vedrà una svolta virtuosa espandersi in tutto il mondo. Nel prossimo post concluderò (per ora) questo argomento con una carrellata su tutti i principali candidati delle primarie e sul loro programma.