L’ultima tornata elettorale ci ha consegnato un Paese diverso, impaurito, insicuro. Più della metà degli aventi diritto invece ha scelto di non votare, preferendo l’astensione. Quando la democrazia viene meno, a farsi spazio è la destra: abbiamo prodotto il primo partito di estrema destra in Europa e in Occidente! Che ha un’ideologia potente di società, lo si vede in questi giorni con la volontà di sospendere il Codice degli appalti. Si vuole rimuovere lacci e lacciuoli, calpestando le regole che rendono l’economia meno amorale.

Con lo sblocca cantieri, si torna indietro di trent’anni. La volontà è di poter assegnare un appalto, anche milionario, senza passare dalle gare europee in caso di urgenza, assenza di concorrenza o mancanza di offerte: ci attendono tempi bui. Si vogliono così solleticare i peggiori vizi che una cittadinanza, degna di questo nome, non dovrebbe avere. E poi la Flat tax, il decreto sicurezza bis, il regionalismo differenziato. Questi sono solo alcuni dei tasselli di un disegno ben più strutturato.

E gli immigrati? Sono soltanto l’inutile scusa per far digerire all’opinione pubblica un arretramento di questo tipo.

Perché se deregolamenti il funzionamento base dell’economia, per ricambiare alla peggiore classe imprenditoriale che ti ha sostenuto, orfana del ventennio del Caimano, gli immigrati sono l’anello debole della catena: sono funzionali rispetto al nuovo schiavismo di questi anni. Non è un caso se il dl sicurezza porta soltanto il nome ‘sicurezza’, puntando tutto sulla sicurezza percepita mentre le periferie continuano ad essere una polveriera. Che non venissero a raccontare che la destra ha vinto grazie ai social, l’analisi è più impietosa.

Credo che la domanda cui dobbiamo rispondere, per arrivare ad un’idea alternativa, sia quella di scavare in fondo al problema. Di capire il motivo per cui quel seme è stato piantato nella nostra società, quella del 2019. Quali sono stati le premesse?

Negli anni, si è man mano plasmato un tipo di società che ha come scopo quello di distruggere il tessuto collettivo. Per puntare alla costituzione di una polverosa disgregazione di individualismi.
Di fatto svuotando i servizi pubblici e dandoli in subappalto ai privati, si smantella il tessuto dello Stato. Che è il comun denominatore tra cittadini. Cosa ci unisce e ci rende comunità, se non interessi comuni in uno spazio? La politica ha un ruolo fondamentale in questo processo, perché ha l’iniziativa di incanalare identità ed energie di un popolo.

Negli anni non ci siamo resi conto che, privatizzando, abbiamo frammentato la vita quotidiana di ognuno perché gli interessi di un ricco non sono quelli di chi non arriva alla fine del mese. Ciò ha portato a formare dei ghetti, nelle città, nelle università, nei luoghi di lavoro. La spirale che si crea è quella che apre alla svolta securitaria che oggi la destra cavalca: se vengono corrosi i beni pubblici e comuni in cambio del fare cassa e sono sostituiti da servizi a pagamento (per pochi e non per tanti), si perde la percezione dell’interesse comune. Al punto che chi ha pagato per avere quel servizio, è disposto ad usare la forza per difenderlo da chi reclama che gli è stato tolto uno strumento, connesso ai propri diritti fondamentali.

È indubbio che ci sono analogie negli accadimenti di questi giorni, di cui sopra, e la facile risposta agli interrogativi di questi anni.
Si antepone la forza al diritto, il principale bene comune per riscattare i più deboli.
Un individualismo spinto diventa un germe di disaffezione, soprattutto per le nuove generazioni: se la politica ha già deciso di favorire la tasche di uno in maniera selvaggia, un giovane pensa di non incidere sulle decisioni. Ed il gioco è presto fatto: con una mano diminuisce il debito, con l’altra si fa deficit democratico.

Se non ci riconosciamo in questo disegno scientifico abbiamo il dovere di reagire. Di ritrovarci. Di indicare un’altra strada, che sia però radicale.

Va in questa direzione l’iniziativa del Comitato dei Beni Comuni e Sociali “Stefano Rodotà”. Che vuol ripartire dal lavoro della Commissione sui beni pubblici presieduta da Rodotà, con la quale si sottolineò l’urgenza di difendere i «beni comuni», quei beni che permettono l’esercizio dei diritti fondamentali nonché il libero sviluppo della persona e di chi verrà dopo. È il primo tentativo organico di mettere in rete la protezione dei beni comuni, ambientali, sociali ed economici. Insomma, mentre a destra c’è chi smantella da quest’altra parte c’è chi immagina un nuovo modello di democrazia. Che intenda il territorio e il rapporto con i beni pubblici, funzionali alla tutela dei diritti fondamentali.

Non è questo qualcosa di radicale rispetto ai proclami di piazza di un leader con un rosario in pugno? La risposta è proprio nella Costituzione, quella Carta che è diventata l’ultimo nostro porto sicuro contro una deriva di tal genere. L’esercizio di democrazia partecipativa frantuma quel disegno di disgregazione. Che ci vuole succubi di una propaganda social spietata, mascherata da democrazia diretta.

Sostengo con passione l’appello del Professor Lucarelli alla Città di Napoli, per concentrare l’attenzione su una strada alternativa. Ancora una volta, Napoli si conferma laboratorio.
Per chi fosse a Napoli o zone collegate, l’appuntamento è per tutte e tutti sabato 8 dalle ore 9:30, alla Sala Nugnes del Palazzo del Consiglio comunale.

Sabato 8 giugno alle 9.30 Sala consiliare Nugnes del Comune di Napoli é convocata una Assemblea pubblica. É importante…

Pubblicato da Alberto Lucarelli su Martedì 4 giugno 2019

Foto d’archivio: Manifestazione nazionale per i beni comuni e contro le privatizzazioni (2014)

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