“La natura mi ha insegnato due cose: la prima è che siamo insignificanti rispetto a lei e troppo piccoli per pensare di poter decidere qualcosa; la seconda è la pazienza. Con la terra bisogna imparare ad aspettare, a rispettare le stagioni, il tempo”. Anche se la saggezza con cui parla è quella di una persona anziana, Michele Cappellari ha soltanto 26 anni. Nato e cresciuto a Tuturano, un piccolo paese in provincia di Brindisi, dopo gli studi a Bologna ha deciso di tornare in Puglia e coltivare la terra. “Ho studiato Agraria per tre anni e contemporaneamente lavoravo in un’azienda con contratti a progetto – racconta Michele -. Era un’agenzia di marketing specializzata nel settore agroalimentare. Sicuramente un buon lavoro, tanto che mi chiesero di fare un colloquio perché volevano che continuassi. A quel colloquio però non sono mai andato e ci mandai un mio compagno di corso. Io sognavo solo di tornare a casa mia”.

Bologna è una bella città, ricca di storia, arte, servizi e opportunità, ma qualcosa mancava. Qualcosa che per Michele era fondamentale: il mare. “Quando vivevo a Bologna non facevo altro che pensarci. Era ciò che mi mancava di più. Essere vicini, poterci andare ogni volta che volevo. Potrebbe sembrare strano ma ognuno di noi ha un rapporto diverso con il mare. Io non riesco a starci lontano. Se ti manca la campagna, in qualche modo puoi sostituirla. Un parco, uno spazio aperto si trovano sempre. Ma con il mare come fai? Come fai a trovarlo dove non c’è?”

Così nel 2014, “lo stesso anno i cui i Sud Sound System cantavano Sta Tornu”, Michele torna nella sua Tuturano. “Quando ero ragazzino la sera andavo al mare a vedere le stelle e la mattina ero nei campi ad aiutare mio padre e mio nonno. Quello era il mio mondo e ho sempre saputo che un giorno sarei tornato”.

In questa scelta di vita Michele coinvolge anche la sua fidanzata bolognese, Sara, che si trasferisce con lui in Puglia. “All’inizio ho cercato di intercettare fondi europei, di partecipare a bandi regionali, ma quando ho visto che le attese erano lunghe ho cominciato a temere. Mi avevano detto che non sarebbe stato facile, ma per fortuna di solito faccio di testa mia. E con pazienza ho ottenuto quello che volevo”. Tanto coraggio e il desiderio di fare, in fondo, quel che aveva sempre desiderato: “Per me non sarebbe stato facile lavorare in un ufficio, chiuso in una stanza. Non lo avrei mai sopportato”.

Oggi Michele ha circa due ettari di terra, che ha preso in affitto, dove coltiva ortaggi e frutta di stagione: zucchine, melanzane, peperoni, pomodori, angurie e meloni. “All’inizio il mio business si basava principalmente sulla consegna a domicilio del mio raccolto. Con una telefonata o un messaggio la gente ordinava la spesa, io preparavo la cassetta con gli ortaggi richiesti e la consegnavo. Poi grazie ai social ho iniziato a pensare che fosse importante non solo raccontare la mia storia, ma anche diffondere un po’ di cultura agricola. E così ho cominciato a girare video su Youtube, ho creato un sito e una pagina Facebook”. Michele segue le linee guida dell’agricoltura integrata e delle buone pratiche agronomiche, come si faceva un tempo, ottenendo ottimi risultati.

Grazie al passaparola all’inizio e grazie al web poi, Boer il contadino ha conquistato la fiducia dei suoi concittadini. Oggi, però, i suoi progetti e le sue attività sono aumentati e si stanno focalizzando sull’idea insegnare alla gente come si coltiva la terra. Per questo Michele ha deciso di dedicarsi a un progetto che partirà a breve: “Vorrei trasmettere il valore del sacrificio e del lavoro – spiega -. Mi piacerebbe che ogni famiglia potesse avere un piccolo pezzo delle mie campagne per coltivare il proprio orto. Vedrebbe gli ortaggi crescere giorno dopo giorno, potendo contare sul mio aiuto e su un campo ormai attrezzato e perfettamente curato”.

Quella di Michele Cappellari più che un’attività produttiva è una filosofia di vita. Un’agricoltura social ma sopratutto sociale: “Vorrei lavorare con le comunità che si occupano degli ultimi, degli emarginati, dei disabili, dei bambini perché l’agricoltura che ho in mente è fatta di integrazione, inclusione e soprattutto condivisione. Un’agricoltura che aiuti le comunità e le sostenga. Perché in campagna siamo tutti uguali e abbiamo tutti le mani sporche di terra”.