“Ho deciso di tornare alla terra perché ci sono nato, perché respiro libertà. Perché il lavoro non è mai uguale, posso gestirlo io e sono vicino alla mia famiglia. Perché il lavoro che avevo prima mi soffocava e mi sembrava inutile”. Denis Carnello ha 35 anni e vive a San Felice Circeo, in provincia di Latina. Nel 2003 ha lasciato il suo posto in Aeronautica per riprendere il vecchio incarico di suo nonno, arrivato dal Nord Italia dopo la bonifica dell’agro pontino per lavorare la terra. Oggi Denis è impegnato a tempo pieno nella sua attività e non ha rimpianti: “Mio padre sognava per me il posto fisso – racconta –, ma nella vita non c’è solo lo stipendio. Io voglio trasmettere ai miei figli il valore del lavoro”.

Denis si sveglia ogni mattina alle 5:30. Poi caffè, i titoli del giornale, controllo mail e via con piante, concimi e acqua. Quand’è che ha capito la prima volta che la scelta per il futuro sarebbe stata la terra? “Durante il militare, nel 2003 – ricorda Denis –. Mi sono arruolato volontario in Aeronautica e inizialmente l’idea era quella di fare carriera. I numeri non mi mancavano: avevo superato anche i test per la ferma di tre anni. Ma durante i 12 mesi mi sono ascoltato e ho sentito che non ce la facevo a fare una vita con orari cadenzati. Mi sentivo in gabbia, mi mancava l’aria. Ogni sera mi sentivo come se non avessi fatto nulla per me e per gli altri”.

Volevo fare carriera in Aeronautica. Ma sentivo di non fare nulla per me e per gli altri

Risentimento? No. All’inizio c’è stato scetticismo, “e forse ce n’è ancora da parte di qualcuno”, sorride Denis. Si pensa, insomma, che l’agricoltura non possa rendere abbastanza. “Per fortuna, oggi fare l’agricoltore non significa soltanto coltivare la terra. Oggi l’imprenditore agricolo può vendere direttamente il proprio prodotto, educare i bambini nelle fattorie didattiche, far alloggiare i turisti nelle proprie strutture, curare il verde”, continua.

Ogni tanto Denis prova a immaginare come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto altro. “Ci penso, ma mi dico che va bene così: sono libero di organizzare il mio lavoro e la mia routine. Sto all’aria aperta, posso scegliere cosa fare”, sorride. Per qualche anno ha vissuto in città: “Non nascondo che ci siano parecchi aspetti piacevoli. Ma sono cresciuto in campagna – aggiunge –. Ho il bisogno fisiologico di avere spazi ampi intorno a me. In città mi mancava il mio territorio”.

Scegliere la sua strada significa, prima di tutto, sporcarsi le mani. “Col passare del tempo mi rendo conto sempre più che la terra va toccata, annusata, osservata. Rispettata. Si possono capire moltissime cose, del proprio lavoro e della vita. Significa sacrificare tempo libero, prendere freddo, badare a un essere vivente che segue le stagioni”. Per l’avvio dell’attività Denis non ha chiesto aiuto allo Stato. “È una questione personale – dice –. È vero che oggi ci sono diversi strumenti a disposizione dei giovani che vogliono impegnarsi in agricoltura. C’è un’attenzione maggiore al comparto rispetto a quando ho iniziato io dieci anni fa”.

Ho il bisogno fisiologico di avere spazi ampi intorno a me. In città mi mancava il mio territorio

E il futuro lo vede nella sua azienda convertita al biologico. “Sono sempre più sensibile ai temi della salubrità dei prodotti e della tutela ambientale. Sarà stata la paternità”, sorride. A una persona che vorrebbe fare la stessa scelta dice una cosa: “Bisogna essere determinati. Serve ascoltarsi e poi pensare. Lavorare la terra è un mestiere che richiede una certa predisposizione. Si deve sentirlo dentro”. Anche perché, ammette Denis, la sola coltivazione della terra per aziende piccole come la sua non è sempre remunerativa: “Ci sono diversi passaggi dal produttore al consumatore. Va da sé che se un prodotto sullo scaffale lo si compra a 0,99 euro, al produttore non rimane molto, considerando che è l’ultimo anello della catena. Bisogna inserirsi in almeno una delle fasi di lavorazione – spiega –. Molti giovani che si avvicinano a questo mondo lo hanno capito, e così si vedono sempre più aziende che producono, lavorano, trasformano e vendono il proprio prodotto. Sarà questo, forse – conclude – il futuro della terra”.

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