Una settimana dopo le elezioni europee, anche per il Vaticano suona l’ora dei bilanci. Non è andata bene per papa Francesco nella nazione di cui è “primate”. Matteo Salvini è uscito trionfatore dalle urne e insieme a Fratelli d’Italia può contare su un solido quaranta per cento. Se si andasse a votare per le Politiche, gli analisti dei flussi elettorali attribuiscono al “Capitano” insieme con Giorgia Meloni la maggioranza in Parlamento.

Matteo l’antipapa ne è consapevole. Nella partita a scacchi, che ha ingaggiato da tempo con la linea di Francesco, si trova adesso in una posizione di non trascurabile forza (non è un caso che, riferendosi ad un eventuale incontro con Salvini, il pontefice di ritorno dalla Romania abbia solo detto che le richieste di udienza devono seguire determinate regole).

Nell’elettorato della Lega i cattolici rappresentano un segmento importante. Un cattolico praticante su tre, certifica Ipsos, si è pronunciato per la Lega. Il centro Ixè conferma: il 33 per cento dei cattolici che vanno a messa ogni domenica condividono la politica di Salvini: di fatto, un placet alla sua linea dura sui migranti, ai toni xenofobi, al suo atteggiamento feroce sui rom, alla programmatica svalutazione dell’antifascismo come valore fondante della Repubblica. La percentuale dei consensi confessionali sale fino a sfiorare il 40 per cento tra i cattolici, che vanno a messa saltuariamente.

E’ un’area di base e di opinione cattolica robusta, che respinge su temi cruciali gli interventi di papa Bergoglio, la linea della Cei, gli articoli di Famiglia Cristiana. Sono elettori che registrano con fastidio la richiesta di perdono che Francesco ha rivolto in Romania ai rom per i “maltrattamenti e le discriminazioni” subite da parte dei cristiani. Sono cattolici che reagiscono con un’alzata di spalle quando il papa argentino, riferendosi all’Italia, scandisce che un leader politico “mai, mai deve seminare odio e paura”.

E’ un’area confessionale tradizionalista, conservatrice e nazional-clericale che rivendica per sé – facendo uso paradossalmente della svolta del concilio Vaticano II – il diritto di sentirsi buoni cristiani secondo il catechismo e al tempo stesso liberi di fare scelte autonome in campo politico: anche contrapposte alle indicazioni e valutazioni del pontefice. Salvini, fatte le debite differenze, ha incassato lo stesso tipo di consensi confessionali tradizionalisti che negli Stati Uniti contribuì alla vittoria Donald Trump, a cui nel 2016 andò la maggioranza del voto cattolico.

C’è un dato ulteriore. L’istituto Ixè ha rilevato che Salvini ha raccolto il 40 per cento di coloro che si dicono in “condizioni economiche inadeguate”. Il consenso di massa di poveri e disagiati è tipico dei movimenti di massa populisti e sovranisti contemporanei così come avvenne all’indomani della I. Guerra mondiale al formarsi dei movimenti fascisti.

Ciò permette a Salvini – primo leader di governo nella storia repubblicana a contrapporsi apertamente al pontefice – di sostenere di avere dalla propria parte “tanti credenti” e di ergersi a difensore delle masse in difficoltà, nell’interesse delle quali Francesco ha parlato sin dall’inizio del suo pontificato.

In questa partita quello che nell’atteggiamento del “Capitano” può apparire come semplice volgarità o brutalità, risponde in realtà ad una strategia precisa. Destrutturare la carica di condanna che nelle parole e nella prassi di Francesco colpisce il populismo xenofobo, illiberale e clerical-nazionalista.

Salvini sa di avere alleati all’interno dell’istituzione ecclesiastica, pronti a giocare ogni carta pur di indebolire il pontefice. I risultati elettorali erano stati appena proclamati che il cardinale Mueller (silurato nel 2017 da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede per la sua opposizione sistematica a Bergoglio) già commentava in una intervista a Massimo Franco del Corriere della Sera che “dire, come hanno fatto il direttore di Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, che Salvini non è cristiano perché è contro l’immigrazione, è stato un errore. In questa fase la Chiesa fa troppa politica e si occupa troppo poco di fede”.

Invece è meglio parlare con Salvini, “magari correggerlo”, ha soggiunto il porporato tedesco. A giro di posta, pressato dai giornalisti, il Segretario di Stato cardinale Parolin è stato costretto a spiegare che la linea del Papa è quella del dialogo a oltranza. “E perché non con Salvini? Anzi, il dialogo si fa soprattutto con quelli con cui abbiamo qualche difficoltà e qualche problema”. Tutt’al più, ha osservato il cardinale Parolin per mitigare la sua parziale apertura, “a usare i simboli religiosi per manifestazioni di parte come sono i partiti c’è il rischio di abusare di questi simboli”. Il “Capitano” ha incassato delle parole del Segretario di Stato vaticano quello che gli serviva senza mutare il suo tono (calcolatamente) sprezzante: “Ringrazio Parolin, il quale ha detto che è giusto dialogare con tutti, anche con Salvini. Non penso di avere la lebbra o la peste”, ha esternato su Facebook.

A urne chiuse, baciando il crocifisso in conferenza stampa, Salvini aveva d’altronde replicato seccamente ai sostenitori di Francesco che lo avevano criticato per avere agitato il rosario durante il comizio a Milano: non era stato chiesto all’Immacolata aiuto per un partito – ha detto – ma per il destino dell’Italia e del continente europeo e la difesa delle sue radici. Un altro guanto di sfida lanciato a Francesco. Da studiato antipapa.

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