Ieri ai Fori imperiali, sotto la bandiera della Repubblica, Roberto Fico non ha fatto altro che citare l’articolo 3 della Costituzione, il quale per fortuna di noi tutti recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 

Non è “un’opinione personale”, dunque, quella espressa dal presidente della Camera (“Oggi è la festa di tutti quelli che si trovano sul nostro territorio, è dedicata ai migranti, ai rom, ai sinti, che sono qui ed hanno gli stessi diritti“. “La forza della Repubblica è quella di non fare differenze di sesso, razza o opinioni politiche. Sotto la bandiera italiana si ritrovano tutti”) ma un chiaro precetto costituzionale, contenuto in quella Carta fondamentale di cui i 5 stelle si sono sempre dichiarati e hanno fin qui dimostrato di essere strenui difensori. Ma la Costituzione va difesa sempre e tutta, non si può scegliere quali articoli difendere di volta in volta a seconda delle convenienze del momento. Delle due l’una: la Costituzione o è sempre bussola dell’agire politico o non lo è. Tertium non datur.

Secondo punto. Il presidente della Camera non rappresenta i 5 stelle o la cosiddetta ala progressista del movimento, ma tutta la Camera. Quindi ieri Fico non ha fatto altro che il suo lavoro: nel giorno della Festa della Repubblica, che dovrebbe accomunare tutti gli italiani, ha citato un articolo della Carta che sancisce uno dei valori fondamentali della Repubblica: l’uguaglianza di tutti i cittadini.

Alla luce di queste premesse, ciò che ha fatto la terza carica dello Stato  può essere considerato strano solo se si decide di non uscire dalla logica dello scontro politico a tutti i costi, dalla campagna elettorale permanente, dalla continua spartizione dei resti elettorali della festa.

Invece le sue parole sono state trasformate nell’ennesima occasione di scontro. “Doveva saperlo che parlando di rom e migranti avrebbe innescato la polemica”, “è stata una provocazione“, dicono gli strateghi della politica. È triste soltanto ipotizzare che citare la Costituzione possa essere considerato un atto provocatorio. Tristissimo. In base a questa logica, Fico avrebbe dovuto tacere per paura che Salvini si arrabbiasse e riaccendesse con i soliti argomenti la campagna elettorale.

Ma se lo avesse fatto, se avesse avuto paura, il presidente della Camera  avrebbe abdicato al suo ruolo. Avrebbe confuso, come fanno in molti in queste ore, il piano istituzionale – sul quale, anche e soprattutto in occasione delle celebrazioni del 2 giugno, egli opera – e il piano della politica, che al cospetto del primo dovrebbe conoscere e tenere conto dei propri limiti.

Dispiace che un altro momento di condivisione (come dovrebbe essere anche il 25 aprile) si sia trasformato nell’ennesima occasione di scontro, il che è la mancanza di rispetto più grande che si possa infliggere al 2 giugno. Ma la responsabilità non è di chi ha citato la Costituzione. La colpa è di chi non ne rispetta i principi e se ne fa vanto.

Twitter: @marco_pasciuti

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