Per chi ha una pensione fino a 1.539 euro lordi non cambia nulla. Chi prende 1.800 euro riceverà un mini bonus di 4,2 euro. A partire dai 2.029 euro, pari a quattro volte il minimo, bisognerà invece restituire qualcosa: i titolari di assegni da 2.400 euro si vedranno chiedere indietro 18,2 euro (6 al mese) e quelli che ne ricevono 4.600 dovranno rinunciare a 91 euro, poco più di 30 al mese. Ma tutti si troveranno comunque in tasca un po’ più soldi di quanti ne abbiano visti da sette anni a questa parte, cioè da quando il Salva Italia di Monti ha congelato l’indicizzazione all’aumento del costo della vita. È questa, tradotta in numeri, la portata dei sacrifici richiesti a 5,6 milioni di pensionati come risultato della rimodulazione dell’adeguamento dei trattamenti previdenziali al costo della vita. Rimodulazione che è prevista dall’ultima legge di Bilancio ma i cui effetti si sentiranno solo a partire da giugno, quando l’Inps applicherà un conguaglio per recuperare le cifre in più versate nei primi tre mesi dell’anno.

“Il governo ha appena tagliato le #pensioni a 6 milioni di persone”, ha attaccato via Twitter il segretario del Pd Nicola Zingaretti comprendendo tra i penalizzati anche i pensionati d’oro. “Stiamo parlando di pensioni a partire da 1500 euro lordi al mese. Salvini e Di Maio, vergognatevi!”. In realtà, a conti fatti, non si può parlare di tagli perché da quest’anno tutti i titolari di assegni superiori a tre volte il minimo prenderanno più di quanto abbiano mai ricevuto dal 2011 a oggi. E’ vero invece che per gli assegni oltre quattro volte il minimo la rivalutazione sarà lievemente inferiore – anche in questo caso di pochi euro – rispetto a quella prevista dalla legge 388 del 2000 che, se il governo non fosse intervenuto, sarebbe tornata in vigore lo scorso gennaio.

Un passo indietro. Il governo Letta nel 2014 ha reintrodotto l’indicizzazione, azzerata dai “tecnici” guidati da Monti, ma solo in forma parziale. E l’ex segretario dem Matteo Renzi ha prorogato fino a fine 2018 il suo schema, che per i trattamenti superiori a tre volte il minimo disponeva una rivalutazione inferiore a quella entrata in vigore con l’ultima manovra. Le nuove percentuali (VEDI TABELLA) con cui va calcolata la perequazione per il triennio 2019-2021 sono più alte, anche se di pochissimo, rispetto a quelle applicate fino all’anno scorso: per esempio, chi prende tra 3 e 4 volte il minimo (fino a 2.029 euro) avrà un aumento dell’1,067% contro il +1,045% applicato dal 2014 al 2018 e chi prende tra 5 e 6 volte il minimo (2.537-3.044 euro) riceverà lo o,57% in più contro lo 0,55% precedente.

Se però il governo non fosse intervenuto, a gennaio 2019 sarebbero tornate in vigore le percentuali di rivalutazione previste dalla legge 388 del 2000. Percentuali che per gli assegni oltre quattro volte il minimo erano lievemente più alte di quelle studiate dal governo gialloverde e che, in attesa delle disposizioni attuative della manovra, sono state applicate dall’Inps tra gennaio e marzo. Di qui la necessità, ora, di recuperare le cifre versate in quel trimestre ma non dovute. Le differenze, comunque, sono molto piccole. Con la legge del 2000 i titolari di pensioni superiori a 2.029 euro avrebbero goduto di aumenti pari al 90% dell’inflazione, contro il 77% previsto dalla legge di Bilancio 2019, e tutti quelli che ricevono assegni più alto di 2.537 euro al mese avrebbe avuto una rivalutazione del 75%, mentre il nuovo schema la riduce a percentuali variabili tra il 52 e il 40% a seconda dell’importo. Dunque aumenta la progressività, perché gli scaglioni passano da tre a sette.

Per gli assegni tra tre e quattro volte il minimo la rivalutazione però è più generosa adesso: per esempio chi riceve 1.800 euro lordi avrà diritto a un aumento di 19 euro al mese, mentre se fosse tornata in vigore la legge del 2000 l’incremento per questa fascia si sarebbe fermato a meno di 18 euro.

Nulla cambia per le pensioni inferiori a tre volte il minimo, che del resto nemmeno negli anni della crisi del debito sono state colpite da tagli. Le minime da gennaio sono salite da 507 a 513 euro. Cosa diversa sono le pensioni di cittadinanza, che possono essere richieste solo dagli over 67 che hanno tutti i requisiti richiesti per ottenere il reddito compreso un patrimonio mobiliare non superiore a 6mila euro per un single.