Nel Niger tutto si vende e tutto si compra. Lo diceva ieri un politico amico in procinto di andare in pensione. Conosce bene il suo Paese e non ha timore di dirlo tra amici. Sindaci e capi tradizionali, uomini politici, partiti e distinti attori della società civile, venduti e comprati dal potere. Anche i deputati del Parlamento dell’opposizione non sfuggono alla legge dominante: sono acquistati prima, durante e dopo le votazioni. Quanto agli intellettuali e ai principali leader dei pochi movimenti sociali che ancora sopravvivono, si inventa a misura per loro una nomina a consiglieri presidenziali o incaricati di non meglio specificate missioni. I ministeri sono affidati a chi offre le migliori garanzie di fedeltà al regime. Lo ricordava l’amico in un modo che non lasciava spazio alla contestazione: bisogna pur dare da mangiare alla famiglia. Ed ecco che il concetto di ‘Democrazia Alimentare’ trova il senso, la spiegazione e la giustificazione. Il potere del popolo e per il popolo si coniuga con la ‘politica del ventre’ che François Bayard aveva descritto con acuta perizia gli anni scorsi. La democrazia alimentare è una forma di distribuzione riservata ai membri o simpatizzanti di chi, per un tempo indefinito, si ostina a rimanere al potere.

Le ideologie sono transitorie e così pure gli ideali che nel recente passato muovevano e motivavano folle di militanti per le indipendenze post-coloniali. Le macro-economie sono in buona salute e la crescita economica dell’Africa sub-sahariana è oggi additata come un modello non esportabile. La strategia però non cambia affatto: mantenere i poveri come ostaggi permanenti e dunque comprabili da chi ha il potere di farlo. Gli aiuti umanitari hanno come scopo principale quello di fare in modo che tutto cambi perché, in realtà, nulla cambi. I dispositivi di conservazione del potere hanno portato i loro frutti e non si cambia l’ideologia vincente che perpetua la miseria per affidarla ad interessati benefattori. La democrazia alimentare si sostiene e si rafforza proprio grazie al mercato di compravendita dei poveri che si avvale della loro cronica vulnerabilità. La manipolazione della democrazia non è affatto nuova e ognuno tenta di adattarla alla situazione e al contesto. Altrove si troveranno motivazioni populiste o legate alle norme di un’economia che tutto riduce alla quantità di denaro che naviga da una parte all’altra del globo. Almeno nel Sahel la politica è chiara, lineare e soprattutto ‘alimentare’. In Occidente è una democrazia da supermercato.

Nel Sahel le Carte Costituzionali si adattano e si riscrivono perché sono flessibili come i confini dei mandati presidenziali, da sempre labili e incerti nel numero e la durata. Anche i movimenti insurrezionali che si moltiplicano nelle Regione hanno una componente ‘alimentare’. Anni di sfruttamento delle risorse agricole e minerarie, di investimenti dirottati altrove e di sostanziale abbandono educativo, hanno reso appetibile l’offerta di denaro dei gruppi terroristi. E’ nelle centinaia di giovani frustrati e derubati del futuro che, in queste zone, si trovano addetti e terreno fertile per il reclutamento armato che prepara e propaga seminatori di morte. Le armi, invece, arrivano dappertutto tramite commerci, prestiti, investimenti e consiglieri militari. L’appetito democratico dell’Occidente e dell’Oriente si trovano uniti nel desiderio sincero di non privare mai i conflitti di armi e le ami di conflitti.

Il discorso si chiude sulla democrazia che l’Occidente esporta ormai da anni con le cannoniere. Quanto al Sahel, dove il terrorismo ha preso a ostaggio un’ideologia teocratica salafita, rimanda al mittente la stessa democrazia con gli interessi. Ad ognuno la propria politica ‘del ventre’, e dunque nutritiva, che poi è fattore essenzialmente culturale. Continente che vai democrazia che trovi e quella ‘alimentare’ si trova a casa propria dappertutto. Proprio a questo serve, com’è noto, la globalizzazione dei mercati.

Niamey, maggio 2019