di Donatello D’Andrea

Il perenne battibecco sul caso Siri tra i due leader di questo governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sembrerebbe giunto al suo epilogo. Il presidente del Consiglio ha chiesto le dimissioni del sottosegretario alle Infrastrutture e gli ha revocato l’incarico nel Consiglio dei ministri. La contorta vicenda giudiziaria, costellata ancora ora da dubbi e incertezze, è altresì un importante elemento per comprendere quanto all’interno di questo esecutivo la differenza tra “parole” e “fatti” sia abissale.

Il pronto intervento di Danilo Toninelli – dipinto dalla stampa nostrana come un incompetente e uno sprovveduto – che aveva tolto tutte le deleghe al suo potente sottosegretario è direttamente opposto al “fare quadrato” di Matteo Salvini, che non voleva assolutamente perdere il suo uomo di fiducia all’interno del dicastero dei Trasporti.

Titolava il Fatto Quotidiano qualche giorno fa: “Il caso Siri è anche caso Salvini”. Niente di più giusto. Armando Siri non era un semplice senatore o un amministratore da quattro soldi di un condominio qualsiasi. Era un sottosegretario della Repubblica, una carica prestigiosissima che dovrebbe essere degnamente rappresentata, soprattutto in quello che si definisce come “governo del cambiamento”. Però lo stesso Siri è anche un uomo chiave della Lega quasi al pari del suo leader Salvini, il quale avrebbe voluto affidargli (addirittura) la guida dell’Autorità indipendente dell’energia.

Al di là dell’esistenza o meno della famosissima intercettazione che avrebbe inchiodato il sottosegretario, esiste un caso di coscienza e uno di opportunità. Da un lato, la già citata “coscienza di governo” nel rispetto di un’istituzione, dall’altro l’opportunità (sfumata) di Salvini di mantenere un uomo chiave nel governo – o di scaricarlo per lavarsi la coscienza.

Ma il leader del Carroccio ha dovuto fare anche i conti con la campagna elettorale. Era meno importante difendere Siri a oltranza, lasciando ai Cinquestelle l’immagine di partito “puro e giusto”, piuttosto che dedicarsi interamente all’intensa attività di propaganda per le Elezioni europee, preferendo la “ragion elettorale” a quella degli uomini.

Dall’altro lato della barricata, invece, Di Maio già da subito aveva chiesto a gran voce le dimissioni volontarie del sottosegretario. Più che un’invocazione di giustizia, una risposta alla campagna denigratoria condotta dallo stesso Salvini nei confronti di alcuni uomini dei Cinquestelle: da Marcello De Vito (subito scaricato dal partito) a Virginia Raggi, la quale si trova quotidianamente a combattere contro “le invasioni di campo” del ministro dell’Interno, che non nasconde la volontà di prendersi la capitale. Il Movimento, quindi, ha fatto muro affinché anche la Lega si assumesse le sue responsabilità, dimostrando di “essere diversa” dagli altri partiti che contano più condannati che iscritti (e, ricordiamolo, con cui lo stesso Salvini si allea a livello regionale).

La vicenda, però, non finisce con l’indagine su Siri, anzi. Il caso del sottosegretario apre una profonda voragine all’interno del partito e del sistema di potere della Lega. Da Francesco Paolo Arata, il cui figlio Federico è stato assunto da Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi, ad Armando Siri (già passato per la giustizia per bancarotta), fino ad arrivare agli uomini di Salvini a Rosarno (Reggio Calabria) che, come ricostruisce l’Espresso, sono vicini alla ‘ndrangheta. L’apparato di potere messo in piedi dal Carroccio inizia a scricchiolare e gli slogan, contraddittori, iniziano a stufare.

La vicenda, però, al contrario di quanto dicano i detrattori, non condurrà a una crisi di governo. In qualche modo l’esecutivo andrà avanti e Salvini, pur avendo incassato il colpo, da Budapest coverà una “contromossa” da servire al premier e al suo alleato. La vendetta, come da tradizione, è un piatto che va servito freddo e quella di Salvini arriverà sicuramente sulle autonomie.

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