di Dario Cardone *

La realtà lavorativa italiana è complessa e variegata. Nel caso delle nuove generazioni c’è un disorientamento che fatica a rallentare. I ragazzi escono dalla scuola con sentimenti contrastanti: da un lato il sogno di realizzarsi e di essere felice, dall’altro la difficoltà a trovare un interlocutore che ascolti questa voce, questo anelito, questa visione che desidera trasformarsi in progetto. Molti scelgono di continuare a studiare per rinviare l’incontro con questo ascolto intermittente e distratto del “sistema”, e anche, nel frattempo, per diventare più forti e poter negoziare meglio la propria posizione col mondo; ma non tutti hanno questa possibilità, o voglia, e cosi inizia il calvario. Imparare un mestiere? Cercare qualcosa di poco complesso per poter subito guadagnare qualcosa? Partire?

La condizione esistenziale è messa a dura prova dall’impossibilità di progettare un futuro a propria immagine e somiglianza e così ci si consegna al mercato cercando di vendere il proprio tempo, la propria disponibilità a imparare, la propria forza: anche a costo purtroppo, di lavorare in condizioni precarie e ai margini dello sfruttamento, per quanto consentito dalla legge.

Da un certo punto di vista non c’è nulla di nuovo sotto il cielo. Sappiamo che ci sono stati in passato periodi molto duri, ma forse a differenza di oggi si cresceva più forti, per le minori comodità che si erano avute. L’autorità, nel senso alto ed etimologico del termine (far crescere), è diventata rara. Per essere autorità in questo senso (e non nel senso dell’autoritarismo dispotico), bisogna essere integri e dare l’esempio di ciò che si chiede, affinché si sia credibili. Che lo si chieda ai propri figli, agli studenti o ai giovani collaboratori è uguale, ma non è sempre possibile perché chi dovrebbe dare l’esempio (rispettivamente genitori, insegnanti o tutor/mentori professionali), spesso incontra enormi difficoltà a essere ciò che chiede.

La buona notizia è che comunque anche in quest’epoca di mancanza di autorevolezza non si spegne la sete dei giovani di conoscere se stessi e di imparare. L’essere umano ha una tensione intrinseca all’esplorare se stesso e il mondo in cui vive, ma se il contesto non sostiene questa tensione evolutiva intrinseca è bene che si faccia delle domande e che noi gli chiediamo di rispondere di sé. Cosa fare?

Per fortuna ci sono tantissimi giovani che emergono dalla mediocrità in cui il mercato vorrebbe tenerli, quella mediocrità in cui l’illusione dell’acquisto dell’ultimo gadget possa, per pochi secondi, farli sentire apparentemente bene. Sarebbe buona cosa che questi giovani divengano sempre più visibili, e magari entrino in relazione tra loro, affinché i loro coetanei possano sentirsi riconosciuti nel proprio potenziale e abbiano degli esempi di persone della loro generazione che sono riusciti a raggiungere un obiettivo, o quantomeno a mettersi in cammino per raggiungerlo. Ci sono centinaia di migliaia di ragazzi nel mondo dello sport, delle scienze, della poesia, della musica – ad esempio – che trovano la propria identità o quantomeno l’energia vitale che permette loro di iniziare a scoprirla.

Il sistema dell’intrattenimento a volte li intercetta, ma non sempre nell’interesse dei ragazzi, e questo rischia di farli diventare funzionali a un discorso in cui il soggetto è altro dalla crescita del giovane. Loro per fortuna vanno avanti lo stesso, ma qualcuno potrebbero perdersi per strada, e quindi è necessario creare uno spazio in cui siano i ragazzi i soggetti del discorso con noi adulti al servizio del mondo che verrà. E chissà poi che alcuni di questi ragazzi non indichino, raccontando la propria esperienza, un’autorità sana, nel senso sopra descritto.

Un’autorità da cui, interiorizzandone lo sguardo, si possa scorgere anche la propria bellezza, il proprio potenziale, la propria passione, perché noi impariamo a vedere dentro noi stessi quello che prima qualcuno ha visto in noi. Se un bimbo piccolo fa un saltino e gli si fanno i complimenti, inizierà ad avere fiducia in se stesso. Se invece lo si prende in giro e gli si dice che alla sua età noi lo facevamo il doppio, dovrà fare un grosso lavoro per vedere in se stesso quella specifica qualità. Se ci spostiamo da una performance fisica a una qualità umana, come il coraggio, la gentilezza, l’empatia, lo spirito avventuroso, il discernimento, l’intelligenza, la generosità, capiamo quanto questo sguardo che vede ciò che ancora non si mostra sia propedeutico al suo mostrarsi. Questa è la funzione del mentore.

Sarebbe bello che attraverso i coetanei e i loro mentori inizi un percorso di ricerca della propria strada e una riconciliazione generazionale che può fungere da collante sociale e ispirazione nella ricerca di sé, nella presa di coscienza del proprio valore, nel sentirsi parte di una comunità e non singoli individui in competizione tra loro. E’ arrivato il momento di cogliere questo bisogno che spesso i giovani non sanno neanche di avere. Quando tutto sembra finire non rimane che ricominciare.

*Counselor e formatore umanistico, dedico la mia vita alla relazione d’aiuto. Attraverso l’ascolto, le abilità comunicative, e le competenze relazionali aiuto singoli e gruppi a sviluppare le risorse personali per il pieno sviluppo del potenziale umano nella consapevolezza che spesso non sono le cose in sé a dover cambiare, ma il nostro modo di osservarle, per poter poi operare un vero cambiamento. Ho frequentato la facoltà di scienze politiche ad indirizzo sociale, che mi ha permesso di sviluppare una certa sensibilità nei confronti dei temi della vita pubblica del nostro paese e non solo, e da anni studio alcuni aspetti del counseling e della filosofia orientale che mi hanno aiutato a comprendere alcune dinamiche del nostro mondo interno. Attualmente sono impegnato nella scuola pubblica e nella divulgazione di strumenti per migliorare le proprie relazioni, e il rapporto con se stessi.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Primo Maggio, Landini: “Dobbiamo unire tutto ciò che è stato diviso e rimettere al centro il lavoro e i diritti”

prev
Articolo Successivo

Primo maggio, non solo rider: soffrono anche i giornalisti

next