di Francesco Pastore, Simone Cerlini e Francesco Giubileo

La lettura più comune fornita dai media italiana è che grazie all’Unione europea e ai Fondi comunitari l’Italia disporrebbe di ingenti risorse pubbliche, ma per proprie “inefficienze” non sarebbe in grado di sfruttarle al massimo. È corretta questa interpretazione? Non proprio.

L’armamentario amministrativo dell’Ue è innanzitutto una gigantesca macchina burocratica, la “casa di vetro”, come Filippo Turati immaginava dovesse essere la pubblica amministrazione: è diventata un coacervo di scale, pianerottoli, androni, controsoffittature, botole e passaggi segreti, ben visibile tutto intero nel suo funzionamento ma ugualmente incomprensibile. Proviamo a raccontare, con le dovute semplificazioni, il meccanismo che sta dietro a una delle più comuni favolette: l’idea comunemente accettata è che l’Europa ci assegni un mucchio di quattrini (attraverso i Fondi strutturali e di investimento) che non siamo capaci di spendere.

Innanzitutto queste risorse non sono europee, in quanto l’Ue non ha un prelievo fiscale proprio. Si tratta piuttosto di contributi dei singoli Paesi membri, più lo 0,3% dell’Iva (11% circa del totale), più i proventi dei dazi sui prodotti di importazione extraeuropei (12% circa del totale). A ciò si aggiunge che l’Italia è un “contributore” netto, ovvero diamo all’Ue più di quanto riceviamo (approssimativamente diamo alla Comunità europea circa 14 miliardi e ce ne tornano poco più di 12 all’anno).

Un paradosso del sistema sono i cosiddetti Programmi operativi (documenti di programmazione dei Fondi) che devono rispettare precisi vincoli e requisiti, al fine di rendere chiaro che gli interventi programmati siano finanziati con Fondi europei. Significa che riserviamo anche grosse quantità di denaro per comunicare che le attività realizzate con soldi dei contribuenti italiani siano in realtà realizzate grazie all’Ue. La restituzione da parte dell’Ue non avviene in modo automatico, ma nel rispetto degli obiettivi negoziati (vincoli legittimi se l’intenzione è di andare tutti quanti nella stessa direzione): sono principi comuni, ma anche modalità di gestione e controllo comuni.

I sette regolamenti di attuazione dei Fondi sono stati tutti modificati nel luglio 2018 “omnibus”, circoscrivendo l’analisi per quanto riguarda il sottoinsieme delle politiche “di coesione”, cioè gli investimenti a favore della crescita e dell’occupazione. Abbiamo così quattro regolamenti più l’omnibus. In merito al sotto-sottoinsieme delle politiche in favore di occupazione, istruzione e formazione, ne abbiamo due più l’omnibus. Facciamo finta che l’omnibus non esista (e d’altra parte molte istituzioni si stanno comportando proprio come se non esistesse). Due regolamenti, di cui uno consta di 646.927 caratteri, 154 articoli e 14 allegati, l’altro di soli 77.345 caratteri, 29 articoli e tre allegati, per un totale di 724.272 caratteri, 183 articoli e 17 allegati.

Non c’è bisogno di essere un esperto giurista per intuire che l’estrema complessità è nemica della chiarezza e amica dell’opacità. La complessità dei regolamenti è talmente ovvia e generalmente accertata che i regolamenti stessi prevedono dotazioni per finanziare attività di assistenza tecnica, al fine di fornire strumenti e metodi che permettono di assicurare un’efficace ed efficiente attuazione dei Programmi operativi. In sintesi, le risorse dei contribuenti italiani che l’Ue ci restituisce sono vincolate a lacci e lacciuoli che ne rendono difficile l’utilizzo e per questo motivo si riservano risorse per assumere consulenti al fine di spiegare i regolamenti alle amministrazioni (e qui si spiegano in parte le pessime performance in termini di capacità di spesa del sistema Italia).

All’ombra di questo “perverso” meccanismo c’è un potenziale conflitto d’interesse: immaginiamo che alcune multinazionali siano assegnatarie di consulenze sull’interpretazione dei regolamenti (le famigerate attività di assistenza tecnica alla gestione). Immaginiamo poi che lo stesso gruppo di multinazionali (con geometrie variabili) siano assegnatarie di commesse per controllare che i regolamenti siano stati rispettati (le famigerate attività assistenza tecnica all’Audit). Immaginiamo poi che lo stesso gruppo sia assegnatario di supporto alle Pa (a livello nazionale o regionale) per la stesura degli atti negoziali con l’Ue sui regolamenti, successivamente degli atti di recepimento dei regolamenti, dei sistemi di gestione e controllo, di programmazione delle risorse. Un circolo vizioso, dove poche società che in tutta Europa fanno le regole (complesse) e le controllano (con esiti discrezionali e arbitrari), con il potere di riconoscere costi, praticare tagli agli investimenti, mettere a rischio o in ginocchio i bilanci regionali.

Un possibile esito di questa situazione perversa è che gli interventi finanziati con i Fondi strutturali e di investimento siano caratterizzati da scarsissimo impatto sugli obiettivi (diminuire la povertà, aumentare il tasso di occupazione, aumentare le qualifiche terziarie e universitarie). Se l’elemento più importante è la correttezza formale degli atti, ha meno importanza l’efficacia. A ciò si aggiunga un approccio del tipo: “Fare per fare, fare per spendere”. Si ha, allora, il sospetto che molte iniziative siano programmate al solo fine di spendere risorse tra le pieghe della retorica comunitaria. In pratica, il rischio è finanziare iniziative “socialmente utili”, ma praticamente inutili.

Detto questo, siamo ancora convinti che l’Europa ci fornisca adeguatamente gli strumenti per lo sviluppo e la piena occupazione? Siete ancora sicuri che convenga dare a Bruxelles 14 miliardi di euro perché ce ne restituisca 12 con regole così complesse che non riusciamo a spendere, neppure con l’assistenza tecnica che spesso potrebbe aver collaborato per altri versi all’elaborazione degli stessi regolamenti? Non sarebbe più conveniente dare la differenza (circa due miliardi) in modo da pagare funzionari delle istituzioni comunitarie e trasferimenti ai Paesi dell’Est Europa e tenere il resto delle risorse?

Qualche lettore potrebbe obiettare che l’articolo ha semplificato argomenti troppo complessi. Potrebbe anche chiederci di rivolgerci a qualche multinazionale per una consulenza su qualcosa di più politically correct da scrivere.

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