Il nostro Governo, guidato dall’evanescente e sorridente premier Giuseppe Conte, pensava che fosse bastato reggere il moccolo durante un bacino e una stretta di mano, a Palermo, tra i due boss rivali libici, Haftar e Sarraj. Sarebbe dovuto bastare per cosa? Per pacificare la Libia, Paese inventato dal colonialismo italiano nel 1911 e “pacificato” solo da un dittatore vero, Mu’ammar Gheddafi, prima che fosse fatto fuori nel 2011 dagli interessi di alcuni Paesi occidentali, con l’appoggio dell’Italia (allora governata da Silvio Berlusconi con la Lega Nord, quella di Umberto Bossi e di Matteo Salvini). I due dittatorini libici, in gran parte eteroguidati dall’estero, in realtà non hanno mai smesso di detestarsi e ora si fanno la guerra.

I contraccolpi per noi italiani:

1. L’Italia e l’Eni rischiano di perdere del tutto influenza su quel territorio e soprattutto sul suo prezioso petrolio.

2. Il suddetto Salvini – ministro dell’Interno, vicepremier e padrone della nuova Lega senza Nord, momentaneamente bulimica e ormai di ultradestra – vedrà andare a monte la prosopopea sulla Libia “luogo sicuro” in cui abbandonare i migranti, trattati come bestiame da macello. Perché questa guerra sta creando profughi – non solo africani sub-sahariani ma anche libici – in fuga da un conflitto; circostanza che rende impossibile – in base alle leggi internazionali e nazionali – chiudere i porti italiani di fronte al loro esodo. Lo dice persino Conte.

Ricapitoliamo. Il generale Khalifa Belqasim Haftar – asseragliato nella Libia nord-orientale – era stato costretto ad accettare che il ruolo di primo ministro fosse ricoperto, per volere dell’Onu, da Fayez al Sarraj, barricato a Tripoli, nella parte nord-occidentale. Però ha da sempre la smania di far vedere che soltanto lui può governare la Libia.

Quest’ultima prospettiva sarebbe persino confortante, se fosse vera; ma in realtà non mostra di poterlo fare neppure lui, in una Libia spezzata in cocci controllati da fazioni e/o etnie diverse. Haftar però è finanziato dai Paesi arabi che temono un golpe dei Fratelli Musulmani, forti in Tripolitania, ma presenti ovunque a partire dall’Egitto, dove infatti il generale Abd al-Fattah al-Sisi lo sostiene. Idem la Francia, che mira anche al petrolio.

Inoltre Haftar – che ha un esercito con circa 15mila uomini – può rovesciare l’avversario Sarraj o ridimensionarlo, ma con quelle forze militari di certo non potrà controllare un Paese incasinato, frammentato e immenso come la Libia. Quindi la guerra civile continuerà a prescindere dai vincitori. E nel caos riconquisteranno terreno i terroristi islamisti, da al-Qaida all’Isis, già radicati nel Paese. Si rischia una prospettiva simile a quella siriana, cosicché diventerebbe indispensabile un intervento militare occidentale (Italia inclusa, tanto più che laggiù ha già 300 soldati) e, come reazione geopolitica, russo.

La scelta ideale consisterebbe in un accordo tra le parti. Ma Haftar non vuole compromessi e punta al potere assoluto. Costringerlo a darsi una calmata è arduo, perché a livello internazionale le maggiori potenze appoggiamo ufficialmente l’Onu, ma in realtà tifano per una delle due fazioni.

All’Italia converrebbe ovviamente un Libia in pace, visti gli interessi economici in ballo e la vicinanza geografica. Purtroppo però il nostro Paese conta ben poco da solo, senza il conforto di altri consensi internazionali. Appoggi che non ha, dato che da un anno la nostra politica estera è vaga e conflittuale all’interno dello Governo pentaleghista; lo dimostrano affermazioni e atti contrapposti, esibiti a casaccio dai due vicepremier, il solito Salvini e Luigi Di Maio, e dai loro stati maggiori.

Dovrebbero decidere di pensare finalmente agli interessi del Paese piuttosto che a quelli elettorali dei loro partiti. Però sembra difficile che possano farlo. Perché c’è qualcuno in Italia che rispecchia in chiave nostrana il “non felice” rapporto tra i due dittatorini libici: sono proprio i nemici/alleati Salvini e Di Maio, nonostante la mediazione del giocondo premier Conte, meno efficace in Italia di quanto lo sia l’Onu in Libia.

Insomma, basterebbe un vero governo, “se non fosse – parafrasando Eugenio Montale e la sua poesia Annaspando – ch’è lì, a due passi, guasto”. Quindi prepariamoci a un ulteriore gran casino. Amen.

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