Khalifa Haftar alla fine è arrivato, ma non ha partecipato alla plenaria. Che è stata disertata dalla Turchia, indispettita per non essere stata invitata al mini-summit tra il generale della Cirenaica e il capo del governo di Tripoli Fayez Al Sarraj. L’Onu definisce la Conferenza sulla Libia “un successo” e “una pietra miliare” verso una “Conferenza nazionale” da tenere nel Paese nei primi mesi del 2019. Ma è come chiedere all’oste se il vino è buono: le Nazioni Unite sono il principale sponsor del governo di unità nazionale tripolino, insieme a Roma che ha organizzato l’evento. Che si è concluso senza il documento finale a cui le diplomazie pure lavoravano da settimane. A quanto apprende l’Adnkronos, sarebbe stata in particolare proprio la delegazione di Haftar a contestare il testo della dichiarazione finale della Conferenza, che comunque già si sapeva nei giorni scorsi non sarebbe stata firmata, ma presumibilmente solo approvata. Il summit si è concluso così senza un documento da cui ripartire in vista della Conferenza allargata auspicata dalle Nazioni Unite.

Lo scopo del summit era far sedere allo stesso tavolo e in favore di telecamere i principali attori libici e i capi di Stato e di governo interessati a vario titolo al dossier. Incassate le assenze dei massimi livelli istituzionali dei principali partner europei, il governo avrebbe mettere l’uno di fronte all’altro il capo dell’Esercito nazionale libico, che fa capo al Parlamento di Tobruk nell’est del paese, e il premier del governo di Tripoli, creato dalla comunità occidentale e dall’Italia in primis. L’obiettivo è stato raggiunto solo parzialmente: Haftar e Sarraj si sono incontrati, ma non durante la riunione plenaria, l’evento clou della conferenza cui hanno partecipato i 30 rappresentanti di governo arrivate in Sicilia. Lo hanno fatto in un summit a latere, perché il maresciallo di Bengasi non ha accettato di partecipare all’evento principale: farlo, nella sua ottica, avrebbe avuto il valore di una legittimazione del governo Sarraj, impensabile per un leader militare che non ha mai nascosto l’ambizione di guidare le future istituzioni del Paese. Per questo Haftar è stato il grande assente nella “foto di famiglia” che al termine dell’evento ha immortalato i partecipanti.

 

Le questioni sul tavolo tra Tripoli e Tobruk sono molteplici. Al di là del riconoscimento internazionale la principale ruota attorno all’embargo sulle armi. Con la risoluzione 2441 nei giorni scorsi l’Onu lo ha sollevato per il governo Sarraj, che potrà avanzare richiesta per acquistarne. A patto, tuttavia, che siano utilizzate per combattere formazioni islamiste come lo Stato Islamico, Al Qaeda, Ansar Al Sharia e gli altri gruppi estremisti. Anche Haftar aveva chiesto la fine delle restrizioni nei confronti delle autorità di Tobruk, ma non è stato accontentato.

Così il confronto tra le due principali fazioni libiche si è ridotto in un faccia a faccia laterale cui ai due protagonisti hanno fatto da cornice diverse personalità – il premier russo Dmitri Medvedev, il presidente dell’Egitto Al Sisi, il presidente della Tunisia Essebsi, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, il ministro degli Esteri francese Le Drian, il premier algerino Ouyahia e l’inviato Onu Salamè – e che Haftar ha caratterizzato con una doppia comunicazione: una rivolta la pubblico occidentale, l’altra ai suoi sostenitori in patria.

Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”, ha detto il generale nel corso della riunione con Sarraj. Parole che, sottolineano le fonti diplomatiche, si riferiscono ad un’assicurazione da parte di Haftar a Sarraj che potrà restare al suo posto fino alle elezioni, che secondo il piano messo a punto dall’Onu dovrebbero tenersi nella primavera 2019. Al termine del vertice Haftar e Sarraj si sono scambiati una stretta di mano, suggellata da una fotografia pubblicata dal governo sui social per consegnare alla cronache il senso dell’intero vertice. Il leader militare dell’est ha stretto la mano anche al premier italiano, del quale avrebbe detto “è un amico, mi fido di lui”, ma ai suoi sostenitori in patria ha fatto passare un messaggio diverso: “Non parteciperemo alla conferenza neanche se durasse cento anni. Non ho nulla a fare con questo” evento, ha detto il generale in un’intervista rilasciata alla tv al-Hadath. Dopo il vertice il maresciallo ha lasciato Palermo. E durante la Conferenza plenaria la sua delegazione ha contestato il testo della dichiarazione finale.

Dal mini-summit è rimasta fuori la Turchia, per tutta risposta ha lasciato anzitempo la conferenza. La delegazione inviata da Ankara ha lasciato Palermo “con molta delusione“, ha fatto sapere commentando l’esclusione dal vertice. Un’esclusione nella quale ha avuto un ruolo lo stesso Haftar, che ha posto come condizione per la propria partecipazione proprio l’assenza dei turchi e del Qatar. La spaccatura tra Ankara e il governo di Tobruk è di antica data e raggiunse il suo apice nel maggio 2015, quando l’aviazione libica bombardò la Tuna-1, nave turca  che secondo Tobruk  trasportava armi dirette ai miliziani islamisti di Derna. Più probabilmente, l’incidente era parte della guerra di prossimità combattuta su suolo libico da un lato da Egitto ed Emirati Arabi, alleati di Haftar, e dall’altro da Turchia e Qatar, che sostengono formazioni avversarie come i Fratelli Musulmani.

 

Negativo il giudizio espresso da Ankara sull’intera conferenza: “L’incontro informale che si è svolto questa mattina con alcuni attori presentati come protagonisti del Mediterraneo – ha fatto sapere la delegazione di Ankara, per voce del vice presidente Fuat Oktay – è un approccio molto fuorviante e dannoso al quale ci opponiamo con forza”.  “Purtroppo la comunità internazionale non è stata capace di unirsi stamattina”, commenta la Turchia con rammarico, dicendosi “profondamente delusa” da quello che definisce un “fatto dell’ultimo minuto” deciso da qualcuno che ha “abusato dell’ospitalità italiana”, probabile riferimento a Haftar.

Per Oktay “qualsiasi incontro che escluda la Turchia si dimostrerebbe controproducente per la soluzione di questo problema” perché “la crisi in Libia non sarà risolta se alcuni Paesi continuano a indirizzare il processo sulla base dei propri limitati interessi“. La Libia, ha precisato, “ha bisogno non di maggiori, ma di minori interventi stranieri” e “quelli che hanno causato le condizioni catastrofiche” nel paese “e continuano a farlo non possono aiutare a recuperare la situazione”.

Fin qui le note dolenti. L’Italia può ascrivere alla categoria successi, invece, le parole con cui l’inviato speciale dell’Onu Ghassam Salamè ha descritto i risultati della conferenza. Salamè ha ringraziato l’Italia “e il suo presidente del Consiglio per aver organizzato questa Conferenza, che è stata un successo“, ha detto l’’inviato Onu aprendo la conferenza stampa finale a Palermo al fianco del premier Giuseppe Conte. “Palermo resta una pietra miliare” del processo politico in Libia, ha aggiunto. “Ritengo che la Conferenza nazionale libica, che pensiamo di fare nelle prime settimane del prossimo anno, sia resa più facile da questa conferenza – ha aggiunto Salamè – perché ho visto sostegno unanime nella società internazionale e anche per il chiaro impegno dei libici presenti. Hanno detto che verranno, mi sento più tranquillo sull’indirla e sul suo possibile successo”.

Anche Conte ha salutato con soddisfazione i risultati dell’evento. Il summit di Palermo, ha detto il premier durante la sessione plenaria che ha avuto luogo dopo il vertice ristretto con Sarraj e Haftar, “nel solco di precedenti iniziative come la Conferenza di Parigi del 29 maggio scorso”. “Riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati – ha proseguito il capo del governo – In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari“. In merito a richieste di “assistenza tecnica, anche sul piano del training“, ha detto ancora in premier, il governo “farà la sua parte”.

“Abbiamo voluto dedicare grande attenzione anche alla dimensione economica. Nell’intensa giornata di lavori a livello tecnico di ieri, infatti, sono state sviluppate interessanti discussioni sulla riunificazione delle istituzioni economiche e finanziarie libiche e sulle urgenti riforme strutturali necessarie al Paese”, ha proseguito Conte, che poi ha affrontato anche la questione delle voto, al centro del Piano Onu. “Punto nevralgico di tale Piano resta la prospettiva delle elezioni – ha ribadito Conte – Resta cruciale che possano svolgersi nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza, oltre che di quelle legislative e costituzionali, con una prospettiva temporale che guarda auspicabilmente a primavera del 2019“.