T’immagineresti, fossi venuto in Sicilia dalla Cina, di impiegare uno schiocco di dita per passare dal Teatro greco di Siracusa alla Valle dei templi d’Agrigento e godere di una suggestione turistica unica. Penseresti, dopo aver attraversato buona parte dell’emisfero, che la Siracusa-Gela annunciata per il 1973 sia ormai consolidata e trafficata. Oppure che tra Ragusa e Catania, la provincia con il Pil più alto del Mezzogiorno e maggiore polo economico della Sicilia orientale, ci sia – e come potrebbe essere altrimenti? – un’autostrada. E che le merci freschissime del polo ortofrutticolo di Vittoria, tra i maggiori del Mediterraneo, viaggino spedite attraverso apposite, efficientissime strutture cargo. Poi saresti certo che l’aeroporto di Comiso, per te che hai volato fin qui da Pechino, sia ormai pienamente decollato dopo il primo volo di Stato del 2007; e magari progetteresti già di prendere un treno per passare da una punta all’altra di un’isola triangolare che di vertici ne ha appena tre.

Invece. Invece Xi Jinping, presidente cinese fresco di visita a Palermo, omaggio alla città di Sergio Mattarella, ha trovato una Sicilia inimmaginabile. Per fortuna s’è fermato al capoluogo. Ma i suoi compatrioti, invitati a scoprire l’isola della civiltà e del sole in un nuovo e florido ammiccamento turistico, troveranno il terzo mondo.

In rapida – perché almeno a parole qui in Sicilia siamo svelti – successione: per andare da Siracusa ad Agrigento si impiega come da Milano a Bologna, l’autostrada Siracusa-Gela è ancora ferma alla provincia siracusana, l’autostrada Ragusa-Catania non esiste nemmeno, non ci sono aeroporti cargo più a sud di Napoli, il futuro dell’aeroporto di Comiso plana sull’incertezza, dalla punta nord alla sud dell’isola servono cinque ore di treni regionali e cambi.

Serve aggiungere altro? Ah sì, vergogna. Vergogna a generazioni di governanti locali, tronfi di un’autonomia che di speciale ha solo l’incapacità, e ancora di più vergogna a schiere di parlamentari e rappresentati siciliani, mandati a Roma per ottenere civiltà ma tornati otturati di cavilli. Se la politica parla di questa terra, ne parla male. Così non c’è da stupirsi se le telecamere di un Paese intero ancora oggi preferiscono darci le spalle per volgersi alle Alpi e ancora oltre, fino a Lione. Si guarda alla Tav come alla Tv, per vedere come va a finire.

In onda, ogni tanto, ci va anche qualche classifica: Italia fanalino di coda della crescita europea, Sud autentico freno a mano di tutto quanto. Come può essere che questa terra non riesca proprio ad accelerare? Beh, provate a farlo voi senza strade, senza binari e senza piste, requisiti minimi di progressione e di progresso. Qui ogni chilometro mancante, ogni ponte crollato è una denuncia in forma d’assenza. Qui, in quest’Italia disarmata alla competizione, l’opportunità cinese rischia d’essere rammarico. Un altro rammarico.

T’immagineresti, entrando in Europa dalla porta sud, di trovare l’Europa. E ti sbaglieresti.

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