L’accordo tra Matteo Salvini, Umberto Bossi e Matteo Brigandì che sanciva la pace tra vecchia e nuova Lega? “Io ho saputo soltanto dopo, me ne ha parlato Salvini e gli ho sconsigliato di sottoscriverlo, all’epoca lui non era a conoscenza dei fatti interni della Lega e io non l’avrei sottoscritto“. Parola di Roberto Maroni, che ha deposto come teste al processo in corso a Milano a Brigandì, storico legale del Carroccio. L’avvocato, storico fedelissimo di Umberto Bossi ed ex parlamentare della Lega è imputato per patrocinio infedele e autoriciclaggio. Secondo l’accusa, rappresentata in aula dal pm Paolo Filippini, Brigandì da legale del Carroccio si è reso “infedele ai suoi doveri professionali“, omettendo “di denunciare il proprio conflitto di interessi“: l’accusa è di essersi auto notificato un decreto ingiuntivo da lui stesso promosso contro la Lega. In questo modo hai incassato quasi 1,9 milioni di euro di compensi per la sua attività. Ma non solo: ha anche trasferito  “la somma di 1,67 milioni” su un conto di una banca in Tunisia. Per questo motivo è accusato anche di autoriciclaggio.

In aula Maroni ha detto che per lui l’incarico ricoperto da Brigandì di “procuratore della Padania” era “un incarico politico”. “Le cose che faceva le faceva per il suo impegno politico, non ho mai saputo di richieste di parcelle da parte sua e se Balocchi (l’allora tesoriere della Lega, ndr) avesse saputo di suoi crediti avrebbe informato il Consiglio federale”, sostiene l’ex segretario del Carroccio. Che quand’era al vertice del partito denunciò Brigandì: “Aveva violato l’obbligo di rendere conto alla Lega” di quel decreto senza consentire così al movimento di opporsi e “da qui la denuncia, perché né io né nessuno nella Lega sapeva di quel decreto”.

La difesa di Brigandì, da parte sua, ha prodotto un lettera che sarebbe stata inviata nell’aprile del 2014 dallo stesso Maroni alla procura di Vicenza  in cui l’allora presidente della Lombardia scriveva  – a proposito di quello stesso decreto ingiuntivo – che era stato “notificato al defunto tesoriere onoreolve Baiocchi“. Dunque, secondo l’avvocato di Brigandì, Luca Paparozzi, l’ex parlamentare del Carroccio non si sarebbe auto notificato quel decreto, commettendo patrocinio infedele. Per questo motivo la difesa di Brigandì ha chiesto al giudice Chiara Valori “di valutare la trasmissione degli atti ai pm” sulle dichiarazioni di oggi dell’ex Governatore. “Io valuto tutte le prove, ma le valutazioni le faccio alla fine del processo”, ha detto la giudice. La difesa di Brigandì ha inoltre chiesto di sentire lo stesso Salvini: la deposizione dell’attuale ministro dell’Interno era stata esclusa all’inizio del processo.

Salvini da segretario firmò l’ormai nota scrittura privata con Bossi e Brigandì il 26 febbraio del 2014. L’avvocato rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi e allo stesso Brigandì una serie di contropartite. Per la difesa dell’imputato, la più importante è quella inserita al punto otto, dove Salvini s’impegnava  “ad affermare, a mera richiesta, in ogni sede la correttezza del comportamento di Brigandì dal punto di vista morale e deontologico”. Ovviamente quella scrittura privata non è stata presa in considerazione, visto che oggi il partito di Salvini si è costituito parte civile contro Briganti e – difeso dall’avvocato Domenico Aiello – intende chiedergli i danni. “Me ne ha parlato Salvini e gli ho sconsigliato di sottoscriverla, non mi sono potuto opporre, l’ho saputo dopo e non avevo più alcun incarico nella Lega. Non so per quali motivazioni Salvini (che nel 2014 subentrò come segretario, ndr) ha firmato quell’atto, non lo so”, ha detto oggi Maroni. Secondo l’agenzia Ansa l’ex presidente della Lombardia ha anche aggiunto di aver saputo di quell’atto  “soltanto dopo, me ne ha parlato Salvini e gli ho sconsigliato di sottoscriverlo, all’epoca lui non era a conoscenza dei fatti interni della Lega e io non l’avrei sottoscritto”.

Eppure ai tempi in cui Brigandì e Bossi stavano trattando con Stefano Stefani – tesoriere della Lega – per siglare l’accordo con Salvini, l’ex governatore della Lombardia viene intercettato mentre parla di quella scrittura privata, con il suo legale, l’avvocato Aiello. Quelle conversazioni, registrate dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’indagine Breakfast il 24 febbraio del 2014, sono state pubblicate da Marco Lillo nel volume Il potere dei segreti, edito da Paper First. “Ma chi la stava firmando: anche Salvini?”, chiede l’ex governatore della Lombardia riferendosi alla scritutra privata.  “Si – risponde l’avvocato – anche Salvini e poi Stefani me l’ha mandata e mi ha detto: io se tu non mi dai l’ok non firmo”. “Ok  – spiega Maroni – ma Salvini non vuole rotture di coglioni, dice chiudiamo in fretta, però non esiste al mondo, tolgano il mio nome e facciano quello che vogliono”. Quella scrittura privata sarà firmata 48 ore dopo. Nella versione in possesso del fattoquotidiano.it il nome di Maroni non c’è. Al punto 7 di quell’accordo, tra l’altro, si legge: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Cosa effettivamente avvenuta visto che di recente il Carroccio ha depositato querela di parte solo contro Belsito nel processo di secondo grado. Salvando Bossi da una condanna per appropriazione indebita.

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