“Va valutata, comprendiamo le esigenze giornalistiche, ma dateci il tempo di studiare”. Maria Pia Gualteri è il sostituto pg di Milano che dovrà sostenere l’accusa alla riapertura del processo d’appello, il 14 gennaio 2019, contro Umberto e Renzo Bossi, e l’ex tesoriere Francesco Belsito per l’affaire The Family. Quella che dovrà valutare è la lunga lista di appropriazioni indebite che vengono contestate a tutti gli imputati e per cui è stata già emessa una condanna in grado il 10 luglio 2017. Uno studio necessario per le “implicazioni giuridiche” del giudizio: con la riforma Orlando, infatti, il reato non è più procedibile d’ufficio, ma può essere perseguito soltanto se la parte danneggiata deposita una querela. Quella della Lega è arrivata a tre giorni dal termine ultimo che avrebbe fatto estinguere tutte le accuse, fissato per il 30 novembre.  Solo che l’avvocato Roberto Zingari – che ilfattoquotidiano.it ha più volte contattato senza successo – ha sì depositato una denuncia alla cancelleria della IV corte d’appello di Milano, ma soltanto contro Belsito, e per i soli capi di imputazione contestati all’ex tesoriere. Una querela ad personam, che avrà l’effetto di risparmiare probabilmente un’altra condanna a Umberto e Renzo Bossi. Perché senza querela il processo per il fondatore e quello che doveva essere il suo delfino – anzi la sua “trota” – è destinato all’estinzione. E Matteo Salvini avrà mantenuto fede agli impegni presi “graziando” il senatur.

Le accuse a Belsito – La denuncia, infatti, non riguarda i capi di imputazioni che Belsito condivideva con i Bossi perché questo avrebbe comportato l’attrazione del reato verso il concorrente in base all’articolo 123 del codice penale. In totale sono 297 le contestazioni della procura di Milano, che è possibile leggere nella motivazioni della sentenza (allegata alla fine dell’articolo, ndr). Ebbene il Carroccio ha querelato Belsito per i capi di imputazione che vanno dal numero 86 – una fattura per un parcheggio per 284,25 euro – alla numero 297, ovvero i 77.131,50 euro per l’acquisto del titolo della laurea albanese Pierangelo Moscagiuro, ex autista di Rosy Mauro, già vicepresidente del Senato, espulsa dal partito ma archiviata da ogni accusa a differenza di Bossi che ha già due condanne. In mezzo ci sono spese per soggiorni in hotel, le immancabili multe, scontrini di enoteche e ristoranti, bollette telefoniche e prelievi tramite assegni per un totale di 2 milioni e 400 mila euro.

Le accuse “graziate” ai Bossi – Fuori dalla querela le contestazioni a Renzo e Umberto Bossi e Belsito, dal capo 1 al capo 20. Dove troviamo le multe, una cartella di Equitalia, l’acquisto di una Audi A6, la laurea per il Trota presso l’università Kristal di Tirana per un totale di 145.524, 28 euro. Dal capo 21 al capo 69 troviamo le altre contestazioni per Bossi senior, Riccardo Bossi e sempre l’ex amministratore: anche in questo caso troviamo tante contravvenzioni, bonifici, assegni, contratto di leasing di una Bmw X5, soldi per il mantenimento per la moglie di Riccardo, riparazioni in carrozzeria, un abbonamento Sky e pure le spese per il veterinario: totale 157.993, 13. Dal capo 70 al capo 85 troviamo i soldi rubati dalle casse della Lega per pagare altre multe, una cartella esattoriale, il pagamento di una fattura di spese mediche per il figlio Sirio, i lavori di ristrutturazione della villa di Gemonio, abbigliamento vario (fra cui le mutande), gioielli, un regalo di nozze, assegni vari e anche il dentista ovvero 208.565,30 euro.

L’escamotage per salvare i Bossi e la scrittura privata
Insomma quella querela ad personam è un escamotage che permette a Matteo Salvini di non latitare completamente dal processo milanese. Ma anche di graziare il senatur, rispettando il patto firmato quattro anni fa. Una scrittura privata che, come raccontato dal fattoquotidiano.it, che impegnava l’attuale segretario a tutelare il padre del Carroccio, travolto dalle inchieste giudiziarie ma ancora molto influente tra i leghisti duri e puri. Rapporti messi nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritti  da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del senatur, Matteo Brigandì. In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica“. Ma di particolare attualità è soprattutto il punto 7 di quella scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte contro i Bossi, Salvini avrebbe interferito senza dubbio nel procedimento milanese. Non lo fa fatto, non per Bossi.

Belsito, colpevole da solo – E dire che quella scrittura privata è stata negli anni in gran parte disattesa. Ne sa qualcosa lo stesso Brigandì, che ha visto la Lega costituirsi parte civile al processo che lo vede imputato a Milano per patrocinio infedele e autoriciclaggio nonostante nella stessa scrittura privata fosse contenuta anche questa frase: “La Lega si impegna ad affermare, a mera richiesta, in ogni sede la correttezza del comportamento di Brigandì dal punto di vista morale e deontologico”. A Brigandì, però, evidentemente il Carroccio ha voluto riservare lo stesso atteggiamento di Belsito, querelato due volte: una Genova, dove è stato condannato in secondo grado, e una a Milano, nel processo che ricomincerò all’inizio del 2019. Come se il caos giudiziario – ed economico – in cui è precipitato il partito fosse solo colpa del segretario amministrativo. Se a Milano il processo ai Bossi dovesse estinguersi, sarà così anche a livello formale. “Io sono diventato tesoriere nel 2010 – dice Francesco Belsito all’Adnkronos – se nel 2008 e 2009 c’era una cassa non corretta non posso prendermi io la responsabilità. Ma su quello nessuno è mai andato a verificare i famosi rimborsi spese, non sono stati neanche sequestrati”. L’ex tesoriere lancia una stoccata anche contro altri: “Io posso confermare come segretario amministrativo, senza entrare nel merito di nomi, che molti soggetti sono stati aiutati dalla Lega. Però la colpa è ricaduta solo sulla parte legata a Umberto Bossi e non mi sembra corretto soprattutto per soggetti che lo conoscevano già prima di me, continuano ad essere nella Lega e non so con quale coraggio a volte riescono a guardarlo negli occhi“.

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