di Stefano Manganini

Vivendo all’estero da anni mi capita spesso di tornare e ritrovare il nostro Paese come l’avevo lasciato o, almeno, come lo ricordavo. Si tratta di un’immobilità che se da un lato rincuora, dall’altro affligge, perché implicitamente annienta ogni possibilità di ritorno per chi, come me, si è abituato a vivere in ambienti in cui il cambiamento è l’unica costante nella corsa verso il miglioramento.

Guardando un po’ di televisione ho avuto modo di fare caso a un elemento che si ripresenta in ogni mio temporaneo soggiorno in Italia: il fascismo. Subconsciamente sapevo che accendendo la tv, poco dopo mezzogiorno avrei trovato qualche intellettuale (o non) intento a raccontare la storia di Benito Mussolini o a commentare qualche granuloso video dell’Istituto Luce.

L’immagine del Duce sembra essere diventata garanzia di successo per i palinsesti televisivi, ma soprattutto un’incarnazione dei pensieri e dei sogni proibiti degli italiani. Lo spettatore si trova catapultato nell’involontaria glorificazione di quello che fu l’ultimo impero nato sul suolo italico: un’immagine che non è facile rigettare se manca una visione d’insieme che esponga l’anacronismo del messaggio politico del tempo. Un modo, forse, di fantasticare su un passato in cui “i treni arrivavano in orario” al fine di non prendersi responsabilità per un presente non radioso.

“Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani” diceva Mussolini e, paradossalmente, la storia sembra avergli dato ragione. Il subconscio collettivo da sempre riporta la memoria alla gloria degli imperi del passato, contrapponendola a una modernità che – esaurito il boom economico – ha lasciato deluse molte zone e fasce sociali del Paese.

Si potrebbe forzare un parallelismo tra questo fenomeno di regressione cronologico-culturale con il meccanismo di autodifesa psicologico che ha portato alla per ora fallimentare Brexit. Il conduttore radiofonico britannico James O’Brien in una delle sue trasmissioni spiegava di avere capito – ma non condiviso – le ragioni dei Brexiteer dopo una visita a Southend-on-Sea, una città di mare britannica. Argomentava di avere notato meravigliosi edifici vittoriani che, corrosi dalla brezza marina, nessun governo si prende la briga di mantenere nelle condizioni in cui meritano. Un’immagine molto forte che diviene metafora del decadimento di un glorioso impero, ad opera di quel mare che in passato aveva portato ricchezze e conquiste. Ora quello stesso mare, nella retorica propagandistica dei Leave, è divenuto il luogo da cui arrivano immigrati e speculatori che minano la qualità della vita che fu della vecchia Gran Bretagna. È noto, infatti, che siano state le località più remote e impoverite del regno a votare per l’uscita dall’Ue e non Londra che, anche grazie a quei quadri normativi Ue che hanno facilitato gli scambi, è divenuta de facto il centro finanziario d’Europa.

È difficile non riscontrare una somiglianza con quanto sta accadendo in Italia, Paese in cui esiste una capitale politica in piena crisi morale, dove spopolano i movimenti di ispirazione fascista e una capitale economica che fa di tutto per mostrarsi al mondo come europea, liberale e liberista. Il decadimento morale e sociale della città di Roma stride con la grandezza degli imperi che in essa trovarono la loro capitale: non sorprende quindi che certi movimenti trovino terreno fertile in una metropoli che ogni giorno si trova a doversi confrontare con il suo passato. Situazione opposta e antitetica invece a quella di Milano, dove si è fatto patrimonio di quell’apertura verso il mondo che ha portato la città a rifarsi il trucco per attirare sempre più capitali, turisti e studenti che saranno i leader del futuro.

In questa Italia che sembra avere perso la rotta e non riesce più a capirsi vale forse ricordare le parole di Winston Churchill: “Di questo sono sicuro. Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro”.

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