Ancora una sfilza di no. La Camera dei Comuni ha bocciato tutte le alternative al pluri-bocciato accordo sulla Brexit di Theresa May e lo spettro di un no deal, un divorzio dalla Ue senza accordo, è sempre più vicino per il Regno Unito. Il Parlamento di Westminster ha fallito lunedì stasera per la seconda volta in pochi giorni la sfida al governo alla ricerca di un compromesso e Bruxelles è sempre più irritata. “Una hard Brexit diventa quasi inevitabile. Mercoledì il Regno Unito ha un’ultima possibilità di uscire dall’impasse o dovrà affrontare l’abisso“, scrive su Twitter il referente sulla Brexit del Parlamento Europeo, Guy Verhofstadt. “Se i Comuni non votano a favore nei prossimi giorni, restano solo due opzioni: un ‘no deal’ o un posticipo più lungo dell’uscita”, afferma il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier.

Anche l’ultimo appello del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non ammetteva equivoci. “Una sfinge è un libro aperto a paragone del Parlamento britannico”, era sbottato l’ex primo ministro lussemburghese da Saarbruecken, notando come mancassero appena una decina di giorni alla scadenza anche del rinvio concesso dai 27 Paesi Ue a Londra fino al 12 aprile, data entro la quale il Regno Unito dovrà indicare come intende comportarsi col voto delle Europee e quindi quale strada definitiva ha deciso di intraprendere. Per questo Juncker ha invocato un a una qualsiasi delle proposte.

Un sì che i deputati di Westminster non sono stati tuttavia in grado di esprimere sulle loro quattro opzioni superstiti di piano B, dopo il nulla di fatto della settimana passata, in un intrico di ostruzionismi e veti incrociati. Le mozioni in pole position favorevoli a una Brexit più soft – sostenute dall’intera opposizione laburista e da una fetta significativa di Tory moderati – sono rimaste sotto le aspettative. La prima, che mirava a lasciare Londra nell’unione doganale a costo di rinunciare a futuribili accordi di libero scambio autonomi con Paesi terzi come quello che l’amministrazione Usa di Donald Trump continua almeno a parole a offrire, si è fermata a soli 3 voti dalla maggioranza (273 contro 276), ma comunque sotto. La seconda, che raccomandava l’uscita dall’Ue, ma non dal mercato unico, ha fatto peggio (meno 21) tanto da indurre il suo promotore, il deputato conservatore dissidente Nick Boles, ad annunciare l’addio al partito della May.

Niente da fare nemmeno per le altre due proposte, che puntavano a un vero e proprio rovesciamento del risultato referendario del 2016: la prima (appoggiata pure dal leader del Labour, Jeremy Corbyn, ma non da alcune decine di deputati laburisti eletti in collegi pro Brexit), in favore di un secondo referendum, ha avuto un buon numero di sì (280), ma anche di no (292), con uno scarto negativo di 12 seggi. Mentre l’ultima, che reclamava al Parlamento addirittura la potestà di revocare con un singolo voto di maggioranza l’artico 50 e di congelare la Brexit sine die come alternativa al no deal, è stata battuta nettamente con 101 voti di gap.

Ora è proprio il no deal – epilogo automatico nel caso in cui una qualunque intesa non riceva l’approvazione formale – il traguardo più probabile. Una soluzione auspicata a gran voce dai brexiteer, divenuti di fatto maggioranza nel gruppo Tory come testimoniato dalla lettera firmata da oltre 170 deputati in cui si chiede a Theresa May che la Gran Bretagna esca a questo punto dall’Ue il 12 aprile “con o senza accordo“. E che la premier non sembra escludere più del tutto, ma spera ancora di aggirare aggrappandosi alla speranza di strappare mercoledì prossimo un quarto voto sul proprio accordo, come rilanciato dal ministro per la Brexit, Stephen Barclay. Magari in ballottaggio con il piano B sull’unione doganale, stando alla controproposta di Corbyn. E in ogni caso con in mano la spada della minaccia delle temute elezioni anticipate.

Il governo, del resto, appare troppo diviso anche per ordire una congiura immediata contro la premier. Come dimostra la guerra aperta fra alcuni ministri e notabili, dal titolare della Giustizia, David Gauke, al chief whip Julian Smith, orientati oramai pubblicamente ad accettare una Brexit morbida se non altro per ragioni di “aritmetica parlamentare”. Altri colleghi (a partire dal vecchio euroscettico Liam Fox) pronti a gridare al “tradimento” e a ipotizzare dimissioni di massa. Mentre sul fronte economico le conseguenze sono la compagnia aerea EasyJet che crolla in borsa, le scorte degli importatori che si moltiplicano  e Juergen Maier, ceo di Siemens Uk, che sollecita il Paese divenuto “lo zimbello” d’Europa.

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