L’europarlamento vota a Strasburgo la riforma del copyright, il testo uscito dalla trattativa con la Commissione Ue dopo la prima approvazione dello scorso settembre, che si propone di adattare la legge europea del 2001 alle nuove realtà dell’era digitale. Una normativa contro la quale Wikipedia ha protestato oscurando le sue pagine, mentre in Germania migliaia di persone sono scese in piazza lo scorso fine settimana – 40mila solo a Monaco – al grido di “save the internet”. Favorevoli al testo autori e grandi editori, mentre i piccoli rischiano di essere penalizzati dai motori di ricerca. Nel mirino due articoli: l’11, che introduce la cosiddetta linktax, e il 13, che obbliga le grandi piattaforme a installare sistemi di controllo per bloccare la condivisione di materiali coperti da copyright. Da queste misure sono esenti le enciclopedie online come Wikipedia, i meme, le parodie, le citazioni, i pastiche e anche i servizi di cloud. Nella direttiva rivista ci sono inoltre tutele per garantire l’accesso al patrimonio di biblioteche, musei, materiali didattici, e consentire il data mining dei testi essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La riforma è sostenuta dai media e dagli artisti che chiedono una “remunerazione equa” delle piattaforme che usano i loro contenuti mentre a opporsi con forza sono Google e Facebook, che in base al testo dovranno accordarsi per remunerare chi produce contenuti. Cosa che oggi non fanno. Ma l’esito positivo della votazione non è scontato: secondo quanto si apprende a Strasburgo il voto sarebbe infatti sul filo del rasoio. A pesare le divisioni nei diversi gruppi politici. In particolare nel Ppe una parte degli eurodeputati tedeschi ed austriaci sarebbe contraria alla relazione dello stesso popolare tedesco Axel Voss. Ma in caso di approvazione la direttiva dovrà essere recepita nei Paesi membri, col risultato di avere normative tutt’altro che omogenee.

L’articolo 11 e i rischi per i piccoli editori – Cardine della nuova disciplina è l’obbligo per le grandi piattaforme “distributrici” di contenuti di mettersi d’accordo con gli editori o i giornalisti free lance, i fotografi e i videomaker, cioè i soggetti produttori di contenuti. Per stabilire un compenso su quei materiali che oggi sono usati da Google e Facebook praticamente senza una remunerazione. Il provvedimento prevede anche che un editore possa decidere di non mettere a disposizione i suoi materiali, nemmeno a fronte di un compenso. In tal caso le piattaforme dovranno controllare – come fa già Youtube con i video – per verificare la presenza o meno di un copyright per segnalare o bloccare la diffusione dei contenuti. L’articolo 11 non introduce link a pagamento – gli snippet brevi, ossia le sintetiche parole di presentazione di un articolo non sono protette dal copyright – ma dà quanto meno “una migliore posizione negoziale” agli editori di giornali per stringere facoltativamente un accordo con le piattaforme per l’utilizzo dei loro contenuti giornalistici, garantendo tra l’altro che una parte di questi introiti supplementari vada ai giornalisti. “Quanto è oggi online”, ha evidenziato il vicepresidente della Commissione Ue per il digitale Andrus Ansip, “è già coperto dai diritti d’autore per cui però nessuno paga”. L’articolo 11 consente tra l’altro di colmare una lacuna della legislazione europea che dagli anni Sessanta tutela i cosiddetti ‘diritti d’autore connessi’ per le etichette musicali ma non prevede nulla di simile per gli editori. Ma in tanti osservano che questo articolo penalizza fortemente i piccoli editori, perché i grandi motori di ricerca saranno interessati a fare accordi soltanto con i “big player” dell’informazione. “I piccoli editori – aveva detto Vito Crimi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria –  saranno fatti fuori e solamente gli editori ‘big’ potranno discutere con Google la collocazione delle proprie notizie. Per i piccoli editori, invece, sarà la morte”.

L’articolo 13 – È il passaggio del testo più criticato, perché è quello che obbliga le grandi piattaforme a installare sistemi di controllo – quindi automatici – per bloccare la condivisione di materiali coperti da copyright. E c’è chi teme che gli utenti finali non possano più condividere le informazioni e scambiarle online proprio perché le grandi piattaforme, per paura di essere costrette a pagare, finiranno per applicare politiche tecnicamente molto restrittive. I sostenitori della legge però controbattono che gli users finali sono salvaguardati. Anche perché – sostengono – gli editori avranno tutta la convenienza a far diffondere le loro notizie ottenendo in cambio interessanti revenue. L’articolo 13 consente di colmare il ‘value gap’, ovvero il gap del valore tra i ricavi commerciali che le grandi piattaforme (le piccole non hanno obblighi, quelle di medie dimensioni ne hanno meno) fanno diffondendo contenuti protetti da copyright e la remunerazione agli autori o detentori dei diritti di questi contenuti, dai musicisti ai registi. Gli utenti non rischieranno più come oggi multe o sanzioni per aver caricato online materiale protetto da copyright ma l’onere della responsabilità sarà in capo alle piattaforme. Già oggi, ricorda tra l’altro Ansip, la stessa Youtube è in grado di riconoscere il 95% dei contenuti che ospita, eppure la remunerazione che va agli artisti dalle piattaforme basate sulla pubblicità è di appena 553 milioni di dollari nonostante 900 milioni di utenti. A differenza, invece, di quelle ad abbonamento come Spotify, che sebbene abbiano solo 211 milioni utenti riversano agli artisti 3,9 miliardi di dollari a livello globale.

Favorevoli e contrari – Favorevoli Pd e Forza Italia, contrari Lega e 5 Stelle, che hanno parlato di “ferita alla libertà della rete”. Per l’europarlamentare dem Silvia Costa “è una campagna di civiltà e di democrazia, perché l’ecosistema digitale non diventi un far west” ed “è inammissibile che le grandi piattaforme facciano enormi profitti sfruttando i contenuti creativi e giornalistici per i quali non riconoscono i diritti di chi li ha prodotti”. Per il parlamentare di Forza Italia Maurizio Gasparri, schierato dalla parte del ‘sì’ “la riforma tutela la proprietà intellettuale, la creatività, i diritti degli autori di musica, articoli, contenuti culturali di ogni genere”. I 5 Stelle per voce della eurodeputata Isabella Adinolfi esprimono invece contrarietà parlando di “una ferita alla libertà della rete perché vengono di fatto confermati i due articoli più controversi, quello 11 che introduce la cosiddetta linktax e il 13 che prevede una responsabilità assoluta per le piattaforme di condivisione, dando il via all’uso di filtri automatici”. A difendere la riforma è anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. “Negli ultimi mesi stanno facendo girare la falsa notizia che l’Unione europea vuole mettere il bavaglio ai giganti del web. Questo è falso!”, ha scritto su Twitter. E oltre a lui anche Ansip insiste sulla bontà del testo. “Spero vivamente che domani il Parlamento europeo dia il suo sostegno” con un voto positivo alla riforma Ue del copyright, ha detto, perché “non è né una macchina della censura né una tassa sui link”. Il testo sul tavolo, ha ricordato il vicepresidente della Commissione, è molto diverso da quello bocciato a luglio che “era una vera macchina della censura”, e assicura la giusta remunerazione a editori, giornalisti e artisti, e tutela utenti e patrimonio culturale. Ed è un coro unanime per il sì quello degli autori. Da Giulio Rapetti Mogol, a Ennio Morricone, Nicola Piovani, Paolo Conte, l’appello agli europarlamentari è “approvate la direttiva”.

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