Sta facendo discutere l’iniziativa di Google di comprare una pagina sui principali quotidiani europei per ricordare l’importanza del pluralismo dell’informazione e il rischio che la nuova Direttiva europea sul diritto d’autore lo comprometta almeno nella dimensione online. E, in effetti, un gigante dell’online e della pubblicità che compra una pagina su un giornale di carta non è cosa da tutti i giorni.

Ma il punto, naturalmente, non è il metodo ma il merito.

La posizione di Google è di disarmante linearità. A Bruxelles, le istituzioni e i governi dei Paesi membri stanno mettendo a punto, nell’ambito del cosiddetto trilogo, la versione finale della Direttiva Copyright approvata lo scorso 12 settembre 2017 dal Parlamento europeo.

Una delle disposizioni della Direttiva – l’articolo 11 – prevede che i soggetti che come Google aggregano e indicizzano contenuti prodotti dagli editori di giornali debbano riconoscere a questi ultimi una sorta di equo compenso a fronte dell’utilizzazione di un nuovo diritto connesso al diritto d’autore creato, si potrebbe dire in laboratorio, per l’occasione.

La disposizione – come ricorda correttamente Google nell’annuncio pubblicato sui quotidiani italiani, inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli – muove da un obiettivo sacrosanto e condivisibile: proteggere il lavoro della stampa e garantirne autonomia e indipendenza. C’è, tuttavia, il rischio – non più ma neppure meno di questo – che la Direttiva, se approvata definitivamente nella formulazione votata dal Parlamento, finisca con il produrre un effetto boomerang comprimendo e limitando il numero delle fonti di informazione effettivamente accessibili online attraverso aggregatori e motori di ricerca.

La spiegazione è semplice: se chi “usa” il contenuto di un editore deve pagare un compenso, per di più magari “equo” ovvero indipendente dal rilievo della specifica fonte per il pubblico, legittimamente potrebbe scegliere di pagarlo solo per l’uso dei contenuti di una manciata di editori – verosimilmente i più grandi e più letti – e non per tutti gli altri.

Il risultato sarebbe scontato.

L’informazione online, sin qui plurale più di quanto l’informazione non sia mai stata nella storia dell’umanità, rischierebbe di tornare a essere, come è stata a lungo in Italia più che altrove, un prodotto di pochi, inesorabilmente meno libera e più influenzabile dalla politica e all’economia. Sarebbe un sacrilegio democratico che l’Europa in una fase tanto delicata della sua storia non potrebbe davvero permettersi.

Ed è un peccato che il vecchio continente debba farsi ricordare la centralità e il valore di un bene come il pluralismo informativo da una corporation americana che, pur dando evidentemente voce alle proprie preoccupazioni e ai propri azionisti – come è giusto che sia –, oggi ha stampato sui nostri quotidiani una grande e indiscutibile verità.

E’ importante che a Bruxelles, nelle prossime settimane, si trovi una posizione di compromesso nell’ambito della quale il perno centrale sembra essere rappresentato dall’importanza di lasciare, almeno, gli editori liberi di scegliere se esigere o non esigere il compenso in questione: qualcuno – poca conta che si tratti dei più piccoli o di alcuni dei più grandi – potrebbe preferire che i propri link e gli snippets dei suoi articoli finiscano comunque negli smartphone dei lettori senza che Google & c. gli versino un euro anziché rischiare che le sue informazioni arrivino meno lontano di dove arrivano oggi.

Corretta, condivisibile, illuminata, in questo senso, sembra essere la posizione del nostro governo che, dall’inizio della partita, continua a segnalare il problema e sta ora facendo il possibile perché venga raggiunto un compromesso equilibrato che tenga conto di tutti gli interessi in gioco ma, soprattutto, dell’interesse di tutti a un’informazione libera e plurale anche – o, forse, meglio almeno – nell’universo online.